Un Museo che non acquista non è un museo vivo.

Il Museo di Capodimonte è sempre alla ricerca di nuove opere che possano arricchire la collezione e completare il suo racconto.

Sul mercato, recentemente, sono stati individuati questi capolavori. Contribuisci anche tu al loro acquisto.

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Tavolino con scacchiera, Manifattura napoletana metà XVII sec., tarsìa di marmi policromi e pietre dure, cm 83 x 77

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Raro esempio di manifattura napoletana del Seicento, l’utilizzo di marmi pregiati per uso esclusivamente profano e non sacro ne denota la peculiarità.

Appartenuto ai Principi d’Avalos, è un probabile regalo di nozze al Marchese del Vasto Ferdinando Francesco (Ferrante) e alla sua consorte Girolama Doria, data la presenza, sul piede del tavolo, dei simboli araldici delle due casate, racchiuse in un unico stemma.

Una serie di cassetti dai pomelli in ebano adornano la parte sottostante della base, una caratteristica che accentuerebbe l’ipotesi del dono di nozze, come depositario di lettere tra i due sposi, oltre che mero oggetto d’arredo, o di intrattenimento.

Il Museo di Capodimonte conserva oggi la collezione di famiglia che don Alfonso, discendente cadetto d’Avalos, tredicesimo Marchese del Vasto, volle donare al Museo Nazionale di Napoli. Circa trecento gli oggetti: l’intera raccolta si compone per lo più di dipinti, alcune armature, e sovrapporte in tessuti preziosi, oltre che ai sette celebri arazzi raffiguranti la battaglia di Pavia (1525).

Adornano oggi le sale del museo, insieme agli arazzi, molte tele di grandi maestri della pittura: Tiziano, Ribera, Luca Giordano, solo per citarne alcuni, rivelando la bellezza di un patrimonio immenso, frutto di quel collezionismo raffinato e sensibile di una grande dinastia, purtroppo negli anni decaduta e dimenticata.

La volontà del nostro museo, oggi, è di acquistare il tavolino secentesco, un pezzo unico nel suo genere, così da riunirlo allo straordinario patrimonio donatoci, spinti non soltanto dalla fascinazione di un oggetto singolare nella sua manifattura, ma anche per implementare questa straordinaria raccolta, che non contemplava mobilia.

Negli ultimi anni abbiamo incrementato le collezioni grazie alle donazioni di mecenati (privati, associazioni e imprese) e agli acquisti fatti dal museo e dal Mibact.

Scopri le nuove opere che potrai vedere al museo.

Donazioni

Paolo La Motta, Diego, olio su tavola, 25x30 cm

Donazione dell’Associazione Premio GreenCare

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Una foto di Diego Armando Maradona, poco più che adolescente postata su Facebook da un argentino.

Occhi quasi socchiusi, fronte corrucciata, smorfia e nell’insieme l’espressione del volto che lancia un grido disperato al mondo.

È il bambino e futuro Pibe de Oro che vive a Riva Fiorita in una quasi baraccopoli.

Quell’immagine inedita ha colpito la sensibilità artistica di Paolo La Motta, artista, scultore e figlio del Rione Sanità, a poche ore dalla scomparsa del grande campione argentino tanto amato a Napoli per i suoi gol e la sua umanità.

In quello sguardo malinconico, Paolo La Motta, ha colto lo sguardo di chi vive ai margini, lo sguardo degli ultimi tra ultimi, lo sguardo degli scugnizzi di Napoli, lo sguardo dei figli del suo amato Rione Sanità.

L’opera è stata acquistata e poi donata al Museo di Capodimonte dall’Associazione Premio GreenCare con il sostegno dell’imprenditore Gianfranco D’Amato a corollario dei due campetti di calcio realizzati nel Real Sito, per favorire il legame tra i giovani napoletani, esaltare il valore sociale del Bosco e intercettare nuovi pubblici nel Museo.

Per info: http://www.museocapodimonte.beniculturali.it/portfolio_page/paolo-la-motta-capodimonte-incontra-la-sanita/

Antonin Moine, Pescatore napoletano, 1838 bronzo, fonditore De Braux, 27x47x23 cm, inv. OA 9018

Donazione Jean Loup Champion

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L’immagine del pescatore napoletano, vestito con i pantaloni corti, la camicia con le maniche arrotolate e il berretto rosso, appartiene all’immaginario europeo fin dal tempo dei viaggiatori del Grand Tour ed è stata resa popolare dai dipinti di Franz Ludwig Catel, imitato da molti artisti, pittori e scultori, soprattutto in Francia, durante il periodo romantico, in particolare Francois Rude, Francisque Duret e Jean-Baptiste Carpeaux.

L’opera di Moine, che apre il percorso espositivo della mostra Gemito, si pone nel solco dell’Endimione dipinto da Girodet.

Il languido giovinetto addormentato con accanto il remo della barca è una versione inedita, ottenuta tramite calco a sabbia, dall’originale di Moine.

La pittoresca visione del pescatore è propria dell’artista francese, figura emblematica del Romanticismo, ben diversa da quella che proporrà Gemito che riprenderà lo stesso tema ma, per così dire, dall’interno, cercando l’osservazione nuda e cruda nella sua realtà quotidiana e mettendo in atto a Parigi nel 1877 una vera e propria rottura con l’esposizione del suo Pescatore, autentico manifesto del Verismo napoletano.

 

Per info: http://www.museocapodimonte.beniculturali.it/litalia-chiamo-capodimonte-oggi-racconta-antonine-moine-e-la-rappresentazione-del-pescatore-napoletano-nella-scultura-francese-del-romanticismo/

http://www.museocapodimonte.beniculturali.it/portfolio_page/gemito-dalla-scultura-al-disegno/

Vincenzo Gemito, Coppaflora o Coppa Nuziale Flora, 1928-1929 Londra, provenienza Lullo Pampoulides Gallery

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La Coppaflora (o Coppa nuziale Flora) è un capolavoro dell’attività di orafo e argentiere che Gemito intraprende dagli inizi del ‘900, accostandosi all’Art Nouveau, momento che nella sua produzione si coniuga al suo superamento dei confini tra le arti.

Gemito ha avuto per la prima volta l’idea di un vaso ampiamente decorato – sul modello greco per un vaso a stamnos – tra il 1915-20. Questo prototipo, modellato in cera e terracotta, presente nella collezione della Galleria d’Arte Moderna di Roma, è quello di un corpo circolare, basso, con due teste riccamente decorate con ghirlande alle estremità, in funzione di manici; sui lati della coppa, a sbalzo, sono figurati una corona e una ghirlanda intrecciate e dall’altro due delfini sovrapposti.

L’iconografia coniugale sembra essere unica in questa composizione.

Grazie a un importante atto di mecenatismo di cinque imprese napoletane (Tecno srl, Graded, EPM, Protom e G&G) l’opera entra a fare parte delle collezioni di Capodimonte e rappresenta un raro esempio di un’opera d’oreficeria di Gemito in collezioni pubbliche italiane. Un’acquisizione importante per Capodimonte che testimonia la poliedricità dell’artista Gemito e che completa la ricostruzione dell’attività dell’artista, dal Giocatore di carte, scultura degli anni giovanili subito apprezzata da Casa Reale nella cui raccolta entra nel 1870 a Il giovane pastore degli Abruzzi, già presente nell’inventario del museo del 1874 sino alle opere della maturità. Un dono prezioso che colma una lacuna proprio nella produzione degli ultimi anni.

Per info: http://www.museocapodimonte.beniculturali.it/portfolio_page/gemito-dalla-scultura-al-disegno/

- Jan Fabre, Golden Holy dung Beetle with Laurel Tree / Scarabeo stercorario sacro con ramo di alloro (2016), 80,6x50x60 cm, bronzo al silicio, oro 24 carati, Nero Assoluto, inv. OA 9015 - Jan Fabre, Golden Holy dung Beetle / Scarabeo stercorario sacro (2016), 87x50x60 cm, bronzo al silicio, oro 24 carati, Nero Assoluto, inv. OA 9016 - Jan Fabre, Golden Holy dung Beetle with Walking Stick / Scarabeo stercorario sacro con riccio di pastorale (2016), 87x50x60 cm, bronzo al silicio, oro 24 carati, Nero Assoluto, inv. OA 9017

Donazione dell’artista

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Le tre sculture in oro sono un dono dell’artista belga, molto legato a Napoli e al Museo di Capodimonte in particolare, dove ha tenuto due diverse mostre-focus in cui le sue opere dialogavano con le collezioni storiche del museo: Naturalia et Mirabilia (1 luglio 2017-17 gennaio 2018) e Oro Rosso. Sculture d’oro e corallo, disegni di sangue (30 marzo-15 settembre 2019), quest’ultima curata da Stefano Causa insieme a Blandine Gwizdala. “L’oro, come colore e materiale, rappresenta la spiritualità sin dall’epoca dell’arte medioevale …le sculture dorate di Jan Fabre danno corpo prezioso alle idee dell’artista sulla creazione, sull’arte e sul suo rapporto con i grandi maestri del passato, soprattutto di epoca barocca… l’artista mette in scena un intero universo di simboli che parlano d’arte e di bellezza, di forza e fragilità del genere umano, del ciclo continuo di vita-morterinascita” (Stefano Causa).

La donazione dell’artista arricchisce la sezione di Arte Contemporanea a Capodimonte, in continuità con la sua storia, costituita attraverso l’attività espositiva di artisti di fama internazionale come Warhol, Burri, Kounellis che si sono confrontati con gli spazi e le opere di Capodimonte.

 

Per info: http://www.museocapodimonte.beniculturali.it/portfolio_page/jan-fabre-oro-rosso/

Real Fabbrica della porcellana di Capodimonte, Giuseppe Gricci modellatore, Apollo e Marsia, porcellana policroma

Donazione Cavalieri del Lavoro-Gruppo Mezzogiorno

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Il gruppo raffigura lo scuoiamento di Marsia, così come è narrato nelle Metamorfosi di Ovidio. Il dio Apollo, dopo avere sconfitto il satiro che aveva osato sfidarlo in un supremo confronto musicale, si protende sul suo torace mentre questi, gli occhi sgranati e la bocca spalancata in urlo di dolore, cerca di divincolarsi dalle funi che lo tengono legato.

L’opera è stata realizzata nella Real Fabbrica della Porcellana di Capodimonte, voluta da Carlo di Borbone ed attiva dal 1743 al 1759, quando il sovrano, partendo per andare a ricoprire il trono di Spagna, volle chiuderla perché restasse per sempre legata al suo nome.

Autore dell’opera fu Giuseppe Gricci, geniale capo-modellatore della manifattura durante l’intero arco della sua attività e che seguì poi Carlo in Spagna dove collaborò sino alla morte (1771) nella nuova fabbrica reale voluta dal sovrano, quella del Buen Retiro.

Nella manifattura di Capodimonte raro è il tema di argomento “classico”, che si allontana dai più consueti soggetti galanti generalmente utilizzati nella manifattura, allineati all’interno di un più scontato filone di gusto rococò. Eppure negli ultimi anni di attività della fabbrica, a partire dal 1755 circa, questo filone, accanto ad altri di ispirazione letteraria, trovò crescente sviluppo a Capodimonte per poi incrementarsi ulteriormente in Spagna, al Buen Retiro.

Rara è inoltre l’attenzione prestata al nudo, con un’attenta descrizione dell’anatomia e dei muscoli delle due figure, di cui è vivacemente rappresentato anche l’incarnato.

Il gruppo è marcato sotto la base con il “giglio incusso”. Questa marca, una stampiglia circolare che veniva impressa nei pezzi ancora crudi, è la più pregiata e rara della manifattura e veniva generalmente utilizzata sulle statuine e i gruppi plastici le cui basi, grezze e irregolari, non avrebbero potuto ricevere il giglio in blu sotto coperta utilizzato invece per il vasellame.

Per info: http://www.museocapodimonte.beniculturali.it/i-cavalieri-del-lavoro-gruppo-mezzogiorno-donano-apollo-e-marsia-pregiata-porcellana-della-manifattura-fondata-da-carlo-di-borbone/

- Yeesookyung, Tranlated Vase Special Edition of Napoli_2019 TVSN 1 2019, frammenti di porcellana del XVIII secolo provenienti dal Museo di Capodimonte, gesso, polistirene, epossido, foglia d’oro 24k - Yeesookyung, Tranlated Vase Special Edition of Napoli_2019 TVSN 2 2019, frammenti di porcellana del XVIII secolo provenienti dal Museo di Capodimonte, gesso, polistirene, epossido, foglia d’oro 24k

Donazione dell’artista che ha lavorato cocci della Real Fabbrica di Porcellana di Capodimonte

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La coppia Translated vase TVSN 1 & 2 è stata realizzata dall’artista coreana Yeesookyung, in occasione della mostra Winsper Only to You (11 ottobre 2019-13 gennaio 2020) che ha tenuto al Museo e Real Bosco di Capodimonte nell’ambito del ciclo Incontri sensibili in dialogo con un nuovo allestimento degli scarti settecenteschi della Real Fabbrica della Porcellana di Capodimonte.

L’artista ha utilizzato un procedimento di assemblaggio totalmente reversibile e ha lavorato in collaborazione con gli studenti dell’Istituto ad indirizzo raro “Caselli – De Sanctis”, che ha sede nel Real Bosco di Capodimonte. Gli scarti di produzione della Real Fabbrica sono stati “tradotti” in nuove forme organiche che evidenziano le fragilità e l’imperfezione della vita umana. I frammenti sono uniti utilizzando la foglia d’oro che impreziosisce le incrinature, metafora della vita umana: sono le fratture e le fragilità a rendere il nostro percorso prezioso.

La donazione dell’opera non si limita semplicemente ad arricchire la sezione di Arte Contemporanea a Capodimonte ma racconta materialmente attraverso una creazione artistica l’intima connessione tra diversi momenti della storia di Capodimonte, è una viva rappresentazione della continuità dell’esistere, una rinascita e metamorfosi dello spirito.

Per info http://www.museocapodimonte.beniculturali.it/portfolio_page/yeesookyung-whisper-only-to-you/

Scuola Meridionale, ultimo quarto del XVII secolo-inizi del XVIII secolo, Figura femminile in decomposizione o Vanitas, cera su basamento ligneo originale, 25 x 33 x 18 cm, inv. OA 9011

Donazione in ricordo di Ernesto Cilento di Grazia Maria De Ianni, membro attivo dell’Associazione Amici di Capodimonte

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Nell’ambito della politica di mecenatismo che da anni promuove l’Associazione Amici di Capodimonte, recentemente le collezioni del Museo di Capodimonte sono state arricchite con l’acquisizione della scultura in cera Figura femminile in decomposizione, o Vanitas, mezzobusto di donna modellato con accurata ricerca anatomica e profonda partecipazione emotiva, il cui volto, un tempo bellissimo, è segnato dalla morte inesorabile.

La splendida scultura poggia su una base lignea rivestita di cera nera, ad effetto di ebano. La Vanitas, già esposta a Napoli nella mostra Ritorno al Barocco. Da Caravaggio a Vanvitelli (2009), proviene da una collezione privata palermitana e può essere datata tra l’ultimo quarto del XVII e gli inizi del XVIII secolo, collocata nell’ambito della scuola di ceroplastica siciliana e napoletana, e riferita a un artista vicino ai modi del siracusano Gaetano Giulio Zumbo (1656-1701).

La Vanitas, si aggiunge all’esiguo numero di ceroplastiche già presenti nelle collezioni di Capodimonte, composto da una piccola serie di scenette di genere di Francesco Pieri (1698-1773), artista fiorentino che Carlo di Borbone fece venire a Napoli nel 1737, e da due preziose cere policrome di collezione Farnese raffiguranti, rispettivamente, un’Anima dannata e un’Anima che spera, riferibili al medesimo ambito artistico e agli stessi anni della Vanitas.

 

Splendido e inquietante memento mori della tradizione barocca, l’opera riprende un soggetto particolarmente comune a partire dagli inizi del Seicento, secolo caratterizzato dalla terribile peste che falcidiò buona parte della popolazione in Europa, in particolare a seguito delle epidemie del 1630 e 1656.

La morte, il dolore, costantemente presenti nella vita quotidiana dell’epoca, diventano temi privilegiati nell’immaginario degli artisti. Le opere riflettono il clima della Controriforma che esalta la morte, il martirio, il sacrificio, tanto che si può parlare di una certa “estetica del cadavere”, terrorizzante e commovente insieme, che caratterizza la religiosità barocca dei paesi cattolici.

Alla diffusione di questo immaginario contribuirono inoltre la guerra dei Trent’anni e il dilagare in tutta Europa di terribili epidemie, oltre che i coevi studi di anatomia e il progresso delle scienze mediche.

Gruppo presepiale raffigurante Scena Orientale, composto da circa 20 pezzi (13 pastori, 5 animali, finimenti vari), 80x125x45 cm circa, invv. OA 8988 – 9009

Donazione Angela Catello

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Il Gruppo presepiale si aggiunge ai due già presenti nel museo, appartenenti alla stessa famiglia di collezionisti privati, in una nuova struttura espositiva che ricompone i tre gruppi presepiali del XVIII secolo che sono stati uniti a formare un’unica scena.

La struttura è ispirata alle ‘scarabattole’ settecentesche (vetrine in cui venivano conservati ed esposti i presepi) con una parte frontale dritta e due lati leggermente inclinati per aumentare la visibilità delle figurine.

I tre gruppi, omogenei dal punto di vista stilistico, sono ‘montati’ su tre piani di differente altezza, larghezza e profondità per distinguerli l’uno dall’altro su di una scenografia realizzata appositamente da Sergio Catello e Carlo Iacoletti, membri della stessa famiglia.

La nuova scenografia, oltre all’ambientazione unitaria, ha salvaguardato gli ‘scogli’ originali inserendoli nella nuova disposizione.

Il nuovo allestimento presepiale, mostra quindi La natività in alto con adorazione di angeli fluttuanti nel cielo ed il corteo degli orientali venuti a rendere omaggio al nascituro, posti su un livello più basso, con i loro vestiti raffinati, le armi e gli animali tra cui un cammello ed un elefante oltre ad un cervo, dei levrieri e dei pappagalli ed un incantatore di serpenti.

Gianni Pisani, Il vomito, 2000, gessetti e acquerello su carta intelata, 186x365 cm, inv. Q 1939

Donazione della moglie dell’artista Marianna Troise

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Il dipinto va ad aggiungersi ad un’altra opera di Pisani già presente nella collezione contemporanea del museo, Il letto, del 1963.

Il vomito, su carta intelata, è realizzata a carboncino, steso con le dita quasi a graffiare il supporto e mescolato con altri pigmenti colorati.

L’opera, del 2000, testimonia un momento particolare della vita di Pisani, che concludeva un lungo periodo nel quale aveva diretto l’Accademia di Belle Arti di Napoli ed esprime la sua disillusione per gli esiti del suo impegno per l’istituzione e per la città.

Nel corso della sua vicenda d’artista Pisani ha sempre dichiarato la sua fedeltà alla pittura, pur avendo attraversato altri territori creativi come la performance e sperimentato la tridimensionalità, per esempio nel Letto e nella fusione in bronzo che presentò alla Biennale di Venezia del 1995 – curata da Jean Clair – che lo rappresentava riverso davanti al suo cavalletto con la pistola alla tempia e il coltello nella schiena.

A conferma di questa vena narrativa e autobiografica ne Il Vomito si intravede il volto dell’artista, con i denti scoperti e gli occhi rabbiosi, mentre le colature diffuse sulla superficie dei due pannelli sono quelle dell’acqua che scorreva dal soffitto del suo studio all’Accademia, lasciato all’abbandono e all’incuria. Le gambe raffigurate sulla destra sono forse già il passo di chi si allontana da un luogo amato, da cui è necessario distaccarsi.

Carmine di Ruggiero, Crocifissione, 1957, olio su tela, 150x100 cm, inv. Q 1938

Donazione dell’artista

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La Crocifissione realizzata dall’artista napoletano Carmine Di Ruggiero, è una delle ultime opere arrivate a Capodimonte per arricchire la sezione di Arte Contemporanea.

Nell’opera, l’artista va oltre la forma e l’immagine, verso una composizione libera, dolorosa ed emozionante.

Il retro del dipinto rivela un particolare dell’esperienza giovanile dell’artista: è possibile individuare trama e ordito dei tessuti spessi dei sacchi di iuta comunemente utilizzati per contenere il caffè, che l’artista recuperava tra coloniali e negozi d’arte, a costi accessibili e li riadoperava come tele.

La Crocifissione si aggiunge ad un altro lavoro di Di Ruggiero, Resti di una città combusta del 1962 donato nel 2007, e consente un’interessante ricostruzione di una parte del percorso figurativo ed evolutivo dell’artista, oltre a testimoniare la grande vivacità artistica e culturale della città di Napoli tra la fine degli anni Quaranta e gli anni Sessanta.

Nella città partenopea, in sintonia con quanto avviene negli altri grandi centri italiani come Roma, Torino e Milano, gli artisti più intraprendenti mirano allo svecchiamento della tradizione attraverso esposizioni, dibattiti, riviste, produzione artistica e critica. Essi propongono una ricerca in sintonia con i più moderni linguaggi internazionali, come l’Informale europeo e la Pop Art americana, spesso contaminandoli in modo originale con la cultura figurativa locale. Testimoniano questa vicenda le opere di Renato Barisani, Lucio Del Pezzo, Armando De Stefano, Carmine Di Ruggiero, Raffaele Lippi, Augusto Perez, Mario Persico, Gianni Pisani, Domenico Spinosa, Guido Tatafiore, pervenute al Museo di Capodimonte grazie alla generosità degli artisti in prima persona o dei loro eredi.

Per info:

http://www.museocapodimonte.beniculturali.it/lunedi-28-ottobre-presentazione-dellopera-di-carmine-di-ruggiero-donata-al-museo/

http://www.museocapodimonte.beniculturali.it/litalia-chiamo-capodimonte-oggi-racconta-crocifissione-di-carmine-di-ruggiero/

Vincenzo Gemito/Enrico Pennino, Mano della scultura di Carlo V, 1885 circa, gesso, 27 cm circa, inv. OA 8987

Donazione Maria Raffaella Pennino

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La mano della scultura di Carlo V, realizzata da Vincenzo Gemito e donata dalla signora Raffaella Pennino, ha alle spalle una vicenda controversa, alla cui ricostruzione storica il Museo e Real Bosco di Capodimonte è fortemente interessato.

 

Alla base della vicenda, che porta a modificare la mano della statua di Carlo V eseguita da Gemito per la facciata di Palazzo Reale di Napoli e commissionata da Umberto I nel 1885 in marmo di Carrara di prima qualità, vi è il difficile rapporto con il marmo, a cui lo scultore preferiva la terracotta e altre materie plasmabili e meno rigide.

 

Enrico Pennino ha il compito di tradurre in marmo il modello in gesso di Gemito, la statua è in gran parte realizzata quando emerge che la posizione della mano della figura ideata da Gemito non può essere rispettata a causa della ridotta profondità consentita dal blocco di marmo utilizzato.

L’unica soluzione possibile sembra quella di variare il gesto di Carlo V, rivolgendo la mano destra maggiormente verso il basso.

 

Gemito soffre di crisi depressive che interrompono la lavorazione e poco dopo viene ricoverato nella clinica di Fleurent ai Ponti Rossi, si rifiuta di eseguire la modifica e disconosce la scultura perché non rispetta il modello originale.

 

L’opera ideata da Gemito viene dunque modificata da Enrico Pennino che scolpisce egli stesso una nuova mano.

La mano in gesso originaria rappresenta dunque un valido strumento di conoscenza e approfondimento per il Museo e Real Bosco di Capodimonte che conserva nelle collezioni anche un bozzetto in bronzo della stessa scultura e il modello in gesso (in temporaneo deposito dall’Accademia di Belle Arti di Napoli).

 

Per info: http://www.museocapodimonte.beniculturali.it/portfolio_page/gemito-dalla-scultura-al-disegno/

Umberto Manzo, Senza titolo, 2016 Tecnica mista su carta e tela, legno, ferro, vetro, cm 280× 220, inv. OA 8986

Donazione dell’artista

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Nel marzo del 2018 Umberto Manzo dona l’opera Senza titolo al Museo di Capodimonte, che entra così a far parte della sezione di Arte Contemporanea, accanto alle opere di maestri come Burri, Paladino, Warhol, Kounellis e Mimmo Jodice.

La silhouette della testa di Afrodite emerge dal fondo e si struttura attraverso la sovrapposizione di carte di diversa grammatura e colore, tra i materiali irrinunciabili della produzione di Manzo degli ultimi decenni.

Una sintesi tra arte antica e contemporanea che l’artista ricollega alla città di Napoli, città stratificata per eccellenza, un tentativo per dire che l’arte è una sola, senza distinzioni temporali.

L’artista ha voluto donare la sua opera a Capodimonte nel 2018 perché particolarmente indicata per un museo che racchiude tutta la storia dell’arte, dal ‘300 ai giorni nostri, con una grande apertura verso il contemporaneo.

Per maggiori info:

Presentazione dell’opera

Intervista all’autore

Acquisizioni

Juan de Borgoña (diocesi di Langres/Francia (?), 1460 ca. – Toledo, 1536, documentato in Castiglia dal 1495), Disputa sull’Immacolata Concezione di Maria 1506-1508 ca., olio su tavola cm 275 x 200 inv. Q 1940

Acquistato dal Mibact per il Museo e Real Bosco di Capodimonte

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L’acquisizione in collezione della Disputa sull’Immacolata Concezione di Maria permette al Museo di arricchire il nucleo di opere di Juan de Borgoña e di approfondirne i rapporti con l’ambiente artistico italiano, probabilmente da lui frequentato direttamente.

Juan de Borgoña può essere considerato il maggiore pittore italianizzante attivo in Spagna tra Quattrocento e Cinquecento.

L’artista mostra sin dalle sue prime prove documentate una profonda assimilazione del linguaggio spaziale e prospettico del Rinascimento italiano.

Fino ad oggi l’unica opera conservata in Italia del maestro è stata il Sant’Agostino nello studio, acquistato dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali nel 2000 per il Museo di Capodimonte.

Il soggetto raffigura la Disputa sull’Immacolata Concezione di Maria, dogma teologico lungamente discusso in seno alla Chiesa, ratificato di fatto solo l’8 dicembre del 1854.

Attorno a un sovrano dalla veste rossa risvoltata di ermellino, identificabile col saggio re Salomone, nove personaggi, tra cui tre vescovi, riconoscibili dalla mitra, sono intenti a dibattere sul tema dell’Immacolata Concezione, richiamato dalle parole tratte dall’Antico Testamento scritte sul libro retto dal personaggio in alto a destra. (“[T]ota pulchra es Amyca mea, et macula non est in te”, dal Cantico dei Cantici, 4,7; “Ante omnia saecula creata sum”, dal libro di Siracide, 24,14).

Paolo la Motta, Genny, 2007, polittico composto da n. 4 dipinti olio su tela (24×30 cm l’uno) e n. 1 busto in terracotta contenuto in gabbia metallica

Acquistato dal Museo e Real Bosco di Capodimonte

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Durante il laboratorio di ceramica presso l’istituto Papa Giovanni XXIII in via Cagnazzi nel rione Sanità, Paolo La Motta conosce l’alunno Genny Cesarano (Napoli, 1998-2015).

In quell’occasione esegue l’opera Genny (2007) a lui dedicata, un polittico composto da quattro dipinti e da un busto di terracotta, che gioca con la bidimensionalità e la tridimensionalità: cinque elementi come le cinque lettere riportate sul retro di ogni opera a comporre il nome di Genny.

Qualche anno dopo l’opera, il 6 settembre 2015, durante una “stesa” in piazza Sanità Genny Cesarano, all’età di diciassette anni, viene ucciso dalla Camorra, vittima innocente di scontro tra gruppi rivali e La Motta realizza sul luogo dell’omicidio, in piazza Sanità, la scultura in bronzo policromo a grandezza naturale di Genny, con un pallone incastrato tra le assi, “simbolo di un’infanzia negata”.

 

Il polittico Genny acquistato dal Museo nel 2019, rimanda all’epoca in cui Genny era un allievo di La Motta, il quale aveva l’abitudine di ritrarre o scolpire i suoi allievi intenti al loro lavoro. Tali rappresentazioni colpiscono per la profondità e l’intelligenza dimostrata nel ritrarre i ragazzi seri e maturi, qualità che condivide con i più grandi ritrattisti napoletani del XIX secolo.

Per info: http://www.museocapodimonte.beniculturali.it/portfolio_page/paolo-la-motta-capodimonte-incontra-la-sanita/

http://www.museocapodimonte.beniculturali.it/portfolio_page/incontri-sensibili-paolo-la-motta-guarda-capodimonte/

Scuola napoletana seconda metà XVIII secolo, Testa decollata (San Giovanni Battista?), cera policroma, capelli naturali e occhi in vetro, 17 x 28 x 20 cm

Acquistato dal Museo e Real Bosco di Capodimonte

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Acquistata con Art Bonus, la scultura, con il suo realismo frutto della tridimensionalità, restituisce allo spettatore un’emozione quasi insopportabile di violenza e dolore.

Con la sua tremenda verosimiglianza, la Testa decollata, un probabile San Giovanni Battista decollato, ci aiuta ad intendere appieno non solo l’aspetto più spirituale dell’arte, ma anche quello più coinvolgente e ricco di pathos.

L’opera, assieme a la Figura femminile in decomposizione o Vanitas, è attualmente esposta alla fine del percorso barocco del Museo, in dialogo con la Giuditta e Oloferne di Mattia Preti del 1653-54 e Salomè con la testa del Battista datata all’incirca 1630 di Charles Mellin​,​ per far comprendere l’estetica dell’orrore nel Barocco napoletano, tra devozione e anatomia.

Giovanni Marigliano, detto Giovanni da Nola, Vergine Annunciata, 1508-1511 circa, legno intagliato, dipinto e dorato, 125x60x45

Acquistato dal Museo e Real Bosco di Capodimonte

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La Vergine annunciata è stata accolta solo di recente fra gli inquilini di Capodimonte. Il Museo ha voluto fortemente l’acquisto dell’opera per rendere sempre più completo il racconto sulla produzione pittorica e scultorea del primo Cinquecento a Napoli e nel vicereame.

 

La scultura in legno raffigurante la Vergine annunciata consacra Giovanni da Nola come protagonista del suo tempo, tanto da guadagnarsi, dall’umanista Pietro Summonte, l’appellativo di «maestro de intaglio in legno de rilevo». 

Una peculiarità dell’opera è l’esistenza di un lato, corrispondente al profilo destro del corpo, non compiuto, che consente di andare a curiosare ‘dentro’ l’opera, riuscendo a capire meglio come essa fu realizzata.

 

Si intuisce molto chiaramente che l’insieme della figura è l’esito dell’assemblaggio di due tronchi svuotati della polpa del legno e poi uniti da una giuntura centrale; in alto, spicca l’aggiunta di un pezzo arrotondato, corrispondente alla spalla. Sul davanti, queste saldature non si vedono, ricoperte dalla policromia.

 

Per info:

http://www.museocapodimonte.beniculturali.it/litalia-chiamo-capodimonte-oggi-racconta-cera-una-volta-la-vergine-annunciata-di-giovanni-da-nola/

Paolo Finoglio (attr.), Tarquinio e Lucrezia, 1635 ca., Olio su tela, cm 122 x 167 inv. Q 1937

Acquistato dal Mibact per il Museo e Real Bosco di Capodimonte

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Dipinto inedito, di alta qualità pittorica, proveniente dal mercato antiquario inglese, è stato in passato attribuito ad Artemisia Gentileschi.

L’autore dell’opera è oggi considerato Paolo Finoglio (Orta di Atella? 1590ca – Conversano 1645), tra i primi pittori a Napoli rimasti affascinati dalle Sette Opere di Misericordia di Caravaggio e dalla portata rivoluzionaria del suo linguaggio.

Finoglio si sofferma molto presto sulla sperimentazione naturalistica della luce, approdando ad una nuova sensibilità, un caravaggismo “riformato”, vicino agli emiliani Giovanni Lanfranco e Domenichino, che gli procurerà notevole successo professionale e prestigiose committenze di carattere pubblico e privato.

Tarquinio e Lucrezia rappresenta una preziosa testimonianza del passaggio stilistico dalla visione drammatica caravaggesca alla lenta e graduale apertura ai dettami del Barocco che arricchisce e integra il racconto della collezione museale delle arti a Napoli nel Seicento napoletano.