Due orologi ‘all’egizia’ della Real Fabbrica di Napoli

Due orologi ‘all’egizia’ della Real Fabbrica di Napoli raccontati da Gian Giotto Borrelli, docente di Storia del restauro e delle tecniche artistiche in età Medievale e Moderna presso l’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa di Napoli.

Le vicende della lunga lavorazione di due orologi dai materiali e tecniche inconsueti, frutto dell’evoluzione stilistica della Real Fabbrica di Napoli che accolse le nuove istanze neoclassiche di ispirazione all’arte antica.

 

Tra il 27 gennaio e il 7 aprile del 1878 Camillo Minieri Riccio (1813-1882), allora direttore dell’Archivio di Stato di Napoli,  espose nella sede dell’antica e gloriosa Accademia Pontaniana cinque ‘Memorie’ dedicate a una serie di documenti riguardanti “La fabbrica della porcellana in Napoli e sue vicende”.

Fu così che il 1878 divenne, per così dire, la ‘data ufficiale’ dell’avvio degli studi su quella che, tra le istituzioni borboniche, è la più nota e fu la più cara ai sovrani.
Cent’anni dopo Alvar González-Palacios, noto storico delle arti decorative, in occasione della grande mostra dedicata alla “Civiltà del ‘700 a Napoli“ (1979-1980) avrebbe individuato tra quelle carte il primo accenno agli orologi di cui parleremo, la cui costruzione fu lunga e costosa, giungendo a un risultato inconsueto, considerato che “non si ha notizia di molti altri pezzi di questo tipo in cui si accostino materiali e tecniche così diverse”.

 

Real Fabbrica di Napoli (1771-1806)
Carlo Albacini (Roma 1777-1858), Filippo Tagliolini (Fogliano di Cascia 1745 – Napoli 1809)
Orologio con idoli egizi mori, 1797
Porcellana dipinta e dorata, biscuit, marmo verde di Corsica, rosso antico, granito rosa di Assuan, verde antico, pietre dure e bronzo dorato; quadrante in smalto con decorazioni policrome
Napoli, Museo e Real Bosco di Capodimonte

 

Real Fabbrica di Napoli (1771-1806) e manifatture romane
Orologio con idoli egizi bianchi, 1797
Porcellana dipinta e dorata, marmo verde di Corsica, rosso antico, granito rosa di Assuan, verde antico, pietre dure e bronzo dorato; quadrante in smalto con decorazioni policrome
Napoli, Museo e Real Bosco di Capodimonte

 

Guardiamoli ora da vicino. Zampe leonine in bronzo dorato sostengono un basamento a gradini costituito in marmi rari (verde di Corsica, verde antico e rosso antico), agli angoli vi sono quattro telamoni egizi in porcellana dipinta – in nero in un esemplare, in bianco nell’altro – e dorata, sormontati da capitelli a canestro che sorreggono un coronamento, anch’esso in marmo, con quattro canopi negli angoli, e con al centro Allegorie in biscuit.

Nel mezzo la mostra della macchina con suoneria e con decori policromi in smalto sui quadranti è ornata da applicazioni in bronzo dorato.

Il primo riferimento a questi notevoli oggetti è del marzo 1796 e riguarda la tipologia di marmi da usarsi per gli ornamenti che si eseguivano sotto la supervisione di Domenico Venuti (1742-1814). Si trattava dell’Intendente della Real Fabbrica che, nel 1781, aveva sollecitato affinché venisse sostituito il primo direttore della manifattura, rinata per volere di Ferdinando IV nel 1771; una riapertura a lungo desiderata dal giovane sovrano e fortemente ostacolata durante la sua minore età dal padre Carlo, divenuto re di Spagna.

In quell’anno, mi riferisco al 1781, a Francesco Celebrano (1729-1814), scultore di fiducia del principe di San Severo e anche pittore da camera del re e insegnante dei principi, subentrò Filippo Tagliolini (1745-1809), fatto venire da Vienna e che avrebbe diretto la manifattura sino all’arrivo dei Francesi nel 1806.

Un cambio di guardia dettato dai mutamenti del gusto, visto che Celebrano per le figurette in porcellana aveva continuato a rifarsi ai modi tardobarocchi della sua scultura monumentale e le sue ideazioni, oscillanti tra il naturalismo e l’Arcadia, non tenevano il passo con le novità in atto nelle altre fabbriche europee.

Si trattava invece, proprio in quest’ambito così elitario, di accogliere le nuove istanze neoclassiche che tra la committenza napoletana non ebbero, come è noto, vita agevole sebbene proprio dai ‘reali’ scavi di Ercolano avesse mosso i primi passi il gusto ispirato all’arte antica che avrebbe incontrato in Johann Joachim Winckelmann (1717-1768) colui che, codificandolo, mutò la storia dell’arte.

 

Real Fabbrica di Napoli (1771-1806)
Filippo Tagliolini (Fogliano di Cascia 1745 – Napoli 1809)
Gruppo di Iside e quattro sacerdotesse offerenti
1780 circa, biscuit
Napoli, Museo e Real Bosco di Capodimonte

 

 

Real Fabbrica di Napoli (1771-1806). Alcuni biscuit conservati nelle collezioni del museo ed esposti nel percorso della mostra Napoli Napoli. Di Lava, porcellana e musica

 

Sembra che gli orologi, sin dal loro concepimento, fossero destinati agli appartamenti che si stavano allestendo a Palazzo Reale, in vista delle nozze del principe ereditario Francesco (1777-1830) con la cugina Maria Clementina (1777-1801), figlia del Granduca di Toscana Pietro Leopoldo d’Asburgo-Lorena (poi imperatore Leopoldo II).

Celebrato nel 1798, il matrimonio si rivelerà di breve durata, tuttavia da quest’unione nascerà Maria Carolina (1798-1870), divenuta famosa come duchessa di Berry.

 

Louis Nicolas Lemasle (Parigi 1788-1870)
Matrimonio della principessa Maria Carolina di Borbone col duca di Berry, olio su tela
Napoli, Museo e Real Bosco di Capodimonte

 

E non è del tutto da escludersi che, almeno a suggerirne il tema, possa essere stato lo stesso principe che aveva ricevuto un’accurata istruzione sotto la guida di qualificati precettori, appassionandosi alle scienze naturali e alla storia.

Sta di fatto che nonostante il costo, circa 1.000 ducati ciascuno (comprensivi del tavolino d’appoggio), si sa che di questi esemplari ne furono commissionati altri quattro, due per Portici e due per Caserta, di cui non resta traccia.

Nel novembre del 1800 ancora si lavorava agli orologi e la struttura in marmi rari e i meccanismi venivano assemblati a Roma, forse da Carlo Albacini (1734-1813). Si tratta di uno scultore noto per le sue copie di opere classiche, ma anche come restauratore di marmi e responsabile delle statue antiche fatte trasportare da Ferdinando IV dal palazzo Farnese a Napoli.

E sembra che ancora nel 1806, quando all’arrivo dei Francesi la fabbrica fu chiusa, la lavorazione di questi oggetti non fosse terminata. In quell’anno nei documenti si accenna anche a quattro figure ‘egiziane’ per un orologio modellate da Camillo Celebrano, figlio di Francesco, ma non è certo si tratti di quelle che ora vediamo. Né si hanno notizie attendibili sulla data del completamento di questi orologi.

Se la paternità dell’ideazione è incerta, e le fasi di realizzazione alquanto confuse, più agevolmente sono individuabili i modelli per le parti figurate.

 

I Telamoni in granito rosso nella Sala a Croce
Greca dei Musei Vaticani, Roma

 

I due Telamoni tiburtini, ai lati dell’edicola dedicatoria in basso a destra, nella “Diocesis et Agri Tiburtini Topographia, nunc primum trigonometrice delineata”, Abate Diego de Revillas con incisione di Giovanni Petroschi, 1739

 

 

Sia Venuti che Tagliolini, accademico di San Luca dal 1766, conoscevano bene le antichità conservate nell’Urbe: i canopi (il dio Canopo era una divinità a forma di giara con testa umana) sul coronamento sono ispirati a un simile esemplare conservato nei Musei Capitolini, sembra proveniente dal padiglione egizio voluto da Adriano negli Horti Sallustiani. Mentre agli anni ‘70\’80 del secolo risale la sistemazione di quella parte delle raccolte vaticane tuttora denominata ‘Museo Pio Clementino’ dal nome dei suoi fondatori, Clemente XIV Ganganelli (1769-1774) e Pio VI Braschi (1775-1799).

Qui, ai lati dell’ingresso, nel 1779 furono collocate due grandi statue egizie in granito rosso (o sienite di Assuan) in posizione stante con le braccia distese lungo il corpo e provenienti dalla villa di Adriano a Tibur (Tivoli).

Conosciute dalla metà del Quattrocento, solo in quell’anno furono spostate dal palazzo vescovile di quel borgo all’attuale ubicazione. Noti anche come ‘Telamoni tiburtini’, la loro immagine si era diffusa tra gli antiquari, nel senso che il termine aveva all’epoca, e i viaggiatori eruditi grazie a una ‘figura’ incisa da Giovanni Petroschi nel 1739.

E nei nostri orologi ne osserviamo una versione di porcellana in miniatura.

 

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