L’Italia chiamò – Capodimonte oggi racconta… Fanciullo morso da un gambero di Sofonisba Anguissola

Per la rubrica L’Italia chiamò – Capodimonte oggi racconta… lo storico dell’arte Gianluca Puccio, dottorando presso l’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli, ci presenta l’opera Fanciullo morso da un gambero della giovane talentuosa artista Sofonisba Anguissola, che la realizzò poco più che ventenne ottenendo la stima di Michelangelo Buonarroti, e il cui ascendente si riscontra nella cultura figurativa dei due innovatori della pittura in Italia tra la fine del Cinque e gli inizi del Seicento: Annibale Carracci e Michelangelo Merisi da Caravaggio.

 

Indipendente, colta e talentosa, Sofonisba Anguissola (1532 ca.-1625) era la primogenita di Amilcare, nobiluomo cremonese amante delle arti che volle per lei un’educazione che spaziasse dalla musica alla pittura.

 

Abile alla spinetta e raffinata ritrattista, entrò quasi trentenne nella corte del re di Spagna Filippo II dove restò fin quando, dieci anni dopo, sposò il viceré di Sicilia Fabrizio de Moncada, trasferendosi a Palermo dove morì nel 1625.

 

Il disegno con il Fanciullo morso da un gambero giunse a Napoli con l’eredità che Carlo di Borbone ricevette da sua madre Elisabetta Farnese, ma aveva alle spalle una storia molto prestigiosa.

 

Era stato realizzato intorno al 1554, quando Sofonisba era poco più che ventenne, ed era stato inviato da suo padre a Michelangelo Buonarroti che, anni dopo, lo aveva donato all’amico Tommaso Cavalieri.

 

Poi, dopo una serie di illustri possessori che va da Cosimo I de’ Medici al pittore Giorgio Vasari, giunse nella raccolta del duca Odoardo Farnese, antenato di Carlo di Borbone per parte di madre.

 

Un’antica tradizione identifica i due protagonisti della scena in Europa, una delle quattro sorelle minori di Sofonisba, e Asdrubale, fratello nato nel 1550.

 

Sofonisba Anguissola, Fanciullo morso da un gambero, 1554 circa, matita su carta, Napoli, Museo e Real Bosco di Capodimonte, Gabinetto Disegni e Stampe, inv. GDS 1039

 

 

La giovanetta poggia una mano sulle spalle di suo fratello mentre, con l’altra, porge un cesto da cui fuoriesce un gambero che, pungendo con la chela il dito del bimbo, genera in lui un pianto di dolore.

 

Il taglio a mezzobusto concentra l’attenzione sul pianto improvviso di Asdrubale che ritrae la mano dal cestino, mentre sua sorella lo guarda furbescamente negli occhi per godersi la reazione allo scherzo.

La scena è costruita attraverso un morbido tessuto di luci, ottenuto con ritmici tratti di matita che descrivono naturalisticamente tanto la smorfia nel viso del piccolo Asdrubale, quanto le fibre di vimini del cesto e gli sbuffi delle maniche degli abiti, di una stoffa pesante e lucida.

 

Purtroppo, l’esposizione alla luce ha molto danneggiato il disegno che, negli ultimi anni, è stato sottoposto a due interventi di restauro (1987 e 2008) che hanno bloccato il processo di degradazione della carta, virata dall’iniziale verdino a un bruno intenso.

 

Notoriamente parco di complimenti, Michelangelo aveva Sofonisba in grande considerazione, tanto da intrattenere con lei una fitta corrispondenza.

Filippo Baldinucci racconta che lo scultore, ricevuto per lettera da Amilcare Anguissola un disegno di sua figlia con una fanciulla che si burla “di una vecchierella che con grande attenzione studia l’abbiccì”, la sfidò a rappresentare il pianto.

 

La pittrice, allora, dopo aver messo in posa i suoi fratelli, fece piangere studiosamente Asdrubale al fine di immortalarne l’espressione.

 

Per Michelangelo, il cui linguaggio si basava sul continuo confronto con la statuaria antica, modello inarrivabile della resa delle espressioni umane erano i volti di Laocoonte e dei suoi figli nel marmo dei Musei Vaticani.

 

Atanodoro, Agesandro, Polidoro, Laocoonte, marmo, Città del Vaticano, Musei Vaticani, inv. 74

 

Ad essi, per esempio, lo scultore si era ispirato per descrivere nel verso della Cleopatra eseguita per Tommaso Cavalieri (1535 circa, Firenze, Casa Buonarroti), il dolore provato dalla regina dopo il morso dell’aspide.

 

Potrebbe non essere un caso dunque che Cavalieri, avendo individuato una contiguità tra le due opere ricevute da Michelangelo nel dolore improvviso generato dal morso di un animale, decidesse di donarle come pendant a Cosimo I de’ Medici.

 

Michelangelo Buonarroti, Cleopatra, 1535 circa, matita su carta, Firenze, Casa Buonarroti, inv. 2F recto

 

Michelangelo Buonarroti, Cleopatra, 1535 circa, matita su carta, Firenze, Casa Buonarroti, inv. 2F verso

 

Diversamente da altre composizioni della pittrice cremonese, il Fanciullo morso da un gambero non venne tradotto in incisione per la stampa ma, nonostante ciò, è noto in numerose riproduzioni antiche che ne documentano l’immediato successo.

 

Una copia su carta, ad esempio, apparve in una vendita in Svizzera nel primo dopoguerra, mentre al Musèe Magnin di Digione se ne conserva una derivazione antica su tela.

 

Ignoto sec. XVII da Sofonisba Anguissola, Fanciullo morso da un gambero, olio su tela, Digione, Musée Magnin inv. 1938 E 337

 

Numerose altre riproduzioni dovettero probabilmente circolare anche in area padana, dal momento che se ne riscontra l’ascendente sulla cultura figurativa dei due innovatori della pittura in Italia tra la fine del Cinque e gli inizi del Seicento: Annibale Carracci e Michelangelo Merisi da Caravaggio.

 

Nel caso del bolognese, fondatore con Ludovico e Agostino dell’Accademia degli Incamminati, echi della composizione di Sofonisba si ritrovano nei Ragazzi che disturbano un gatto (1587-88, New York, Metropolitan Museum of Arts) in cui due giovani disturbano un piccolo felino agitando un gambero tenuto per la coda.

 

Annibale Carracci, Fanciulli che disturbano un gatto, 1587-88, olio su tela, New York, Metropolitan Mueum of Arts, inv. 1994.192

 

Il taglio a mezzobusto e la resa naturalistica dei gesti e delle espressioni ricordano molto da vicino il disegno che qui si presenta e, del resto, si ritrovano anche nei dipinti giovanili di Caravaggio, soprattutto nel Fanciullo morso da un ramarro (1593-94, Firenze, Fondazione Longhi) per il quale Roberto Longhi evidenziò che:

 

“esso reca taluni di quegli acuti rilievi fisiologici (il gesto subitaneo, la dolente contrazione muscolare) cui il Caravaggio fu, da giovine, attentissimo”.

 

Secondo una recente ipotesi, inoltre, Caravaggio potrebbe aver visto una copia del fanciullo morso da un gambero anche nella bottega del Cavalier d’Arpino, pittore presso cui il maestro bergamasco lavorò all’inizio del suo soggiorno a Roma e, forse, un confronto interessante si potrebbe instaurare con un’altra composizione giovanile del bergamasco, La buona ventura.

 

Simili sono infatti il taglio a mezzobusto e la rotazione convergente dei due protagonisti che evidenzia al centro il “furto con destrezza” che sta avvenendo sotto gli occhi del ragazzo distratto mentre la zingara lo guarda fisso, come Europa fa con il piccolo Asdrubale.

 

La tela è nota in due versioni, di cui una, dipinta non a caso sopra una precedente pittura di maniera arpinesca (1594 ca., Roma, Musei Capitolini), fu acquistata dal cardinale Francesco Maria del Monte, futuro protettore di Caravaggio e raffinato intenditore d’arte, che aveva nella sua raccolta dipinti di Sofonisba.

 

Michelangelo Merisi da Caravaggio, Ragazzo morso da un ramarro, 1593-94, olio su tela, Firenze, Fondazione Longhi

 

Michelangelo Merisi da Caravaggio, La buona Ventura, 1594 circa, olio su tela, Roma, Musei Capitolini, inv. PC 131

 

 

L’opera Fanciullo morso da un gambero di Sofonisba Anguissola è conservata nel Gabinetto dei Disegni e delle Stampe del Museo, che comprende oggi poco più di 2900 tra disegni e acquerelli e 24000 stampe.

Per saperne di più sul Gabinetto dei disegni e delle stampe visita la pagina

 

Il testo di Gianluca Puccio è inserito nell’iniziativa “L’Italia chiamò – Capodimonte oggi racconta”

 

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