L’Italia chiamò – Capodimonte oggi racconta… Hector! Chi era costui?

Per la rubrica L’Italia chiamò – Capodimonte oggi racconta…, vi proponiamo il testo a cura di Antonio Tosini, del Dipartimento di Restauro del Museo e Real Bosco di Capodimonte, su due armi inedite della collezione e il misterioso Hector.

 

Durante la programmazione dei restauri 2001-2002 della sezione Arti Decorative del Museo di Capodimonte fu selezionata un’arma inv. OA3195, che, per le sue caratteristiche particolari, si ritenne necessario sottoporre a restauro conservativo.

Successivamente, in anni più recenti, dopo il rinvenimento in deposito di un’arma gemella inv. OA3198, anche questa fu sottoposta ad intervento conservative; in questo caso, per la stipula di una convenzione tra il Museo e l’Accademia di Belle Arti di Napoli, il lavoro fu eseguito, come Tesi di Laurea, da un allievo della stessa, nell’ambito del Corso quinquennale di Restauro con specializzazione PFP4.

 

Uno dei due terzaruoli prima del restauro

 

Si tratta, precisamente, di due “terzaruoli”, il termine indica una caratteristica arma da fuoco d’uso militare, avente una canna di lunghezza inferiore di circa un terzo quella di un archibugio.

Databili all’ultimo decennio del XVI secolo, presentano una canna a due ordini, quadro e tondo, con una sottile cornicetta al cambio, provvista di traguardo e mira, lievemente strombata alla bocca, punzonata inferiormente con una P puntata in un rettangolo.

 

Particolare della punzonatura sotto la canna

 

L’uso di punzonare la marca sotto la culatta era tipico dei maestri bollitori gardonesi, realizzatori delle canne grezze e della loro tempra, e da questa, realizzata in presenza di acqua, deriva probabilmente il nome bollitori o bogidor.

La punzonatura va intesa come marca di garanzia, apposta prima del concentramento, delle stesse canne, presso il fondaco, una sorta di deposito, localizzato a Brescia e posto sotto il diretto controllo della Repubblica Veneta.

Al suddetto fondaco si approvvigionavano poi gli archibugiari locali.

Le firme, in genere per esteso, che si incontrano sulla faccetta superiore vanno, invece, riferite ai camuzzatori, che si occupavano della finitura, ad intaglio o liscia, delle canne e della specchiatura finale delle superfici.

Il meccanismo di sparo a ruota è alla fiamminga con cartella sagomata a coda cuspidata, con due sottili sgusci trasversali, spinata al dosso e lievemente in basso dove compare la scritta HECHTOR, scanso semicircolare in prossimità della testa linguata.

 

 

Ruotino con sguscio circolare al corpo, scanalato e dentato alla circonferenza, robusto copriruotino intero, avvitato.

Scodellino intagliato a conchiglia e copriscodellino sagomato con gobba pronunciata.

Molla del cane a bracci diseguali, quello superiore sagomato a ferro di roncone, inciso al medio con un riccio.

Cane a balaustro faccettato anteriormente, piatto al dorso, incisioni circolari allo sperone, collo quadro a sezione rettangolare inciso “a girali” all’attacco, formante con il corpo un angolo di 90 gradi, al collo dell’arma OA3198 sono punzonate le iniziali SN ed una brocca, le stesse iniziali si ritrovano anche sulla briglia del mollone interno.

La brocca, in genere, era riprodotta su armi realizzate ad Augsburg tra il 1560 ed il 1590.

 

 

Ganasce trapezoidali, l’inferiore scorrevole per permettere l’inserimento della pietra pirica, cassa intera di noce liscio, calcio a coda di pesce, a sezione ovale, con placca di ferro al calciolo.
Gancio da fonda con testa incassata tenuto in sede da una controvite.

Bacchetta in legno di quercia con placca di rinforzo tonda, di ferro, all’estremità.

La cartella e tutte le parti metalliche, che compongono il sistema di sparo, hanno una particolarità, recano impressi dei marchi d’assemblaggio, due punti il terzaruolo 3195 e tre il 3198, usanza piuttosto rara sulle armi italiane di quel tempo, a testimoniare una produzione seriale, o meglio, operazioni ripetitive, indice di organizzazione razionale del lavoro, per grosse committenze.

La lavorazione avveniva su elementi uguali ed era necessario riconoscerli poi, per il montaggio, come appartenenti ad una determinata ruota. Tutto ciò ricorda quanto accadeva alcuni decenni prima, quando nel 1546 Venturino Del Chino, gardonese, si impegnava a fornire a Pier Luigi Farnese 4000 archibugi al ritmo di 600 al mese, al costo di un ducato d’oro l’uno.

 

 

Per le sue caratteristiche, quindi, la coppia di terzaruoli doveva essere stata una commessa per completare l’armamento in dotazione alla Guardia Farnesiana, si accompagnava agli archibugi, il cui nucleo principale è oggi conservato nel Museo di Capodimonte.

Tra questi ve n’è uno in particolare, inv. OA3134, anch’esso firmato sulla cartella HECTOR, senza l’H centrale.

Di Hechtor si conosce purtroppo poco, è menzionato da Antonio Petrini nel suo manoscritto L’Arte Fabrile del 1642:

 

ciò è H.T. quali lettere vogliono dire Hettor; questo era Tedesco ma lavorava in Brescia, era al suo tempo detto il gran Maestro di Brescia, le ruote sue sono molto stimate”.

 

Anche della produzione armiera di Hector è sopravvissuto ben poco, solo le tre armi oggi conservate a Capodimonte.

Un piccolo contributo alla soluzione di queste problematiche può venire proprio dallo studio di armi fino ad oggi inedite.

Bisognerà prendere in considerazione le punzonature, in genere composte dalle iniziali dell’autore, su armi con caratteristiche fiamminghe o tedesche che risentano però del gusto bresciano dell’epoca ed aventi almeno un’H nella punzonatura.

Ce ne sono diverse: AH e leone rampante, FH su unicorno, IH e tridente, IH e unicorno, CH e uccello su un ramo, anche LH e uccello su un ramo, riscontrabile su una pistola a ruota dell’Armeria Farnesiana con inventario OA3185, ma priva di caratteristiche bresciane.

E’ opportuno, però, segnalare la presenza del nome PAULUS HECTOR, scritto con i caratteri identici a quelli delle armi, sul retro di un dipinto su tavola, conservato sempre nel Museo di Capodimonte.

Attribuito a Raffaello Botticini, raffigura una Madonna con Bambino e San Giovannino, di acquisizione Borbonica.

La tavola era nella Chiesa di San Luigi dei Francesi sino al 1799.

Sulla R finale di HECTOR vi è una piccola S, una sorta di genitivo sassone ad attestarne, forse, la proprietà.

 

Raffaello Botticini, Madonna con Bambino e San Giovannino,
inv. Q759

 

 

Particolare della scritta sul retro della tavola

 

Il terzaruolo OA3195 a fine restauro

 

Visita la pagina dedicata all’armeria.

 

Il testo di Antonio Tosini è inserito nell’iniziativa  “L’Italia chiamò – Capodimonte oggi racconta”.

 

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