L’Italia chiamò – Capodimonte oggi racconta… il Tabernacolo di Santa Patrizia, il Pellicano e le Virtù ritrovate

La rubrica L’Italia chiamò – Capodimonte oggi racconta… in occasione della Festa della Repubblica del 2 giugno 2020, ospita il contributo di Paola D’Agostino, direttore dei Musei del Bargello a Firenze, sul Tabernacolo di Santa Patrizia, il Pellicano e le Virtù ritrovate, uno straordinario recupero di pezzi trafugati divenuto possibile grazie alla collaborazione tra studiosi, funzionari ministeriali e il Nucleo Tutela Carabinieri di Napoli e  di Firenze.

Il testo chiude gli appuntamenti quotidiani online che durante il periodo del lockdown ci hanno accompagnati a partire dal 9 marzo 2020 per offrire al pubblico il sollievo dell’arte che da sempre unisce i popoli e supera ogni confine – afferma il direttore Sylvain Bellenger  e, ora che l’Italia riapre, sulla scorta del successo raggiunto, abbiamo deciso di confermare un appuntamento settimanale sulle tematiche legate al restauro e uno di approfondimento scientifico sulle opere.

 

All’arrivo al primo piano del percorso di visita al Museo e Real Bosco di Capodimonte ci si trova di fronte la maestosa prima sala con la collezione Farnese, dove sono allestiti capolavori di Raffaello, Tiziano, Vasari e bronzi dall’antico di Guglielmo della Porta.

Sulla sinistra si scorge la sala destinata a concludere il percorso di visita con al centro il monumentale tabernacolo di Santa Patrizia, in deposito al museo dagli anni ottanta del Novecento, dopo aver subito scempi e ruberie.

 

Il Tabernacolo di Santa Patrizia nella sala del Museo e Real Bosco di Capodimonte © photo Giuseppe Salviati

 

Il Tabernacolo di Santa Patrizia nella sala del Museo e Real Bosco di Capodimonte che attualmente ospita la mostra Napoli, Napoli. Di Lava, Porcellana e Musica
© photo Luciano Romano

 

In quella stessa sala sono allestiti frammenti di decorazione marmorea settecentesca, attribuiti a Matteo Bottigliero e provenienti dal monastero della Trinità delle Monache, testimoni anch’essi della triste storia dei beni artistici della città di Napoli, troppo spesso spogliata dei suoi tesori con furti sciagurati che, in particolare dopo il terremoto del 1980, causarono danni immani al patrimonio culturale partenopeo.

 

Cosimo Fanzago (Clusone 1591-Napoli 1678), Francesco Balsimelli (prima metà del XVII secolo)
Tabernacolo
Marmi vari, diaspri, ametista, agata, bronzo, cm 195 x 95 x 70
In deposito dalla chiesa di Santa Patrizia
Napoli, Museo e Real Bosco di Capodimonte
© photo Giuseppe Salviati

 

Il tabernacolo di Santa Patrizia è emblematico di tali ruberie, ma anche di recuperi straordinari grazie alla collaborazione tra studiosi, funzionari ministeriali e Nucleo Tutela Carabinieri di Napoli e di Firenze.

 

Il Tabernacolo prima del ritrovamento e ricollocamento delle Virtù

 

Esso è inoltre un raro superstite dei numerosi cibori e tabernacoli che ornavano le chiese napoletane nel Seicento, andati in gran parte distrutti, e dei quali resta notizia nei documenti d’archivio, nella letteratura di periegesi o in rare incisioni.

 

La centralità dell’Eucarestia era stata sancita dal Concilio di Trento e nella Napoli di inizio Seicento gli ordini religiosi gareggiavano nelle decorazioni sfarzose di chiese dove impegnavano numerosi architetti, scultori, marmorai e orefici.

Lombardi, veneti, toscani e romani erano operosi nella città partenopea, a volte per il tempo necessario a realizzare l’opera commissionata, altri perché decidevano di stabilirsi nella capitale del Viceregno, come fu nel caso di Cosimo Fanzago.

 

L’artista, nato a Clusone in provincia di Bergamo nel 1591, arrivò a Napoli nel 1608; qui s’impose presto, prima come prominente scultore e poi come architetto a capo di una prolifica bottega.

Divenuto l’artefice della singolarissima e distintiva decorazione barocca napoletana, fu artista ricercato anche fuori dai confini del Regno.

 

Nel 1619 le monache benedettine del complesso di Santa Patrizia, tra i monasteri più ricchi e privilegiati dalla nobiltà napoletana, commissionarono un tabernacolo in marmi commessi per la chiesa esterna del complesso.

L’opera, come riportato nel rogito, doveva seguire

 

il disegno di detto Cosimo […] e li lavori di metallo, cartelline, et cartelle, figure et qualsivoglia si haverà da fare conforme ordinerà detto Cosimo”.

 

I toscani Nicola Botti, Romolo e Bartolomeo Balsimelli, abili artigiani del marmo, intagliarono i quadri di commesso con stilizzati motivi fitomorfi, e tra il 1620 e il 1621 vennero realizzati i modelli delle statuine e dei cherubini in bronzo dorato che un tempo ornavano il tabernacolo.

 

L’opera, conclusa entro il 1623, è ricordata nella Napoli Sacra di Cesare D’Engenio e da allora in poi celebrata dalle fonti per la ricchezza dell’ornato marmoreo e la preziosità dei bronzetti.

 

Un secolo più tardi, il tabernacolo venne nuovamente allestito al centro del gradino dell’altare realizzato dall’architetto Ferdinando Sanfelice, il quale lavorò al monastero benedettino tra il 1720 e il 1724, intervenendo anche nella chiesa esterna che, a partire dal 1867, in seguito alla soppressione degli ordini religiosi, fu affidata al Comune di Napoli. Gravemente danneggiata durante la Seconda guerra mondiale, essa è a tutt’oggi chiusa.

 

Alcune fotografie della fine degli anni sessanta del Novecento documentano il tabernacolo di Fanzago ancora in situ, con il ricco corredo di bronzetti ed elementi ornamentali in bronzo dorato che inquadravano commessi marmorei e pietre dure.

 

Il Tabernacolo nella chiesa di Santa Patrizia a Napoli prima del furto

 

Dopo meno di un decennio i modernissimi Santi Pietro e Paolo delle nicchie, gran parte dei Cherubini, le tre Virtù e il bel Pellicano erano spariti, trafugati da ladri “conoscitori”, cui non era sfuggita la preziosità e rarità del corredo in bronzo dorato.

 

Il Tabernacolo nella chiesa di Santa Patrizia a Napoli prima del furto

 

Nel 1983 il tabernacolo venne ricoverato a Capodimonte e fu sottoposto ad un accurato restauro: alcuni dei marmi commessi furono reintegrati e alcuni degli elementi ornamentali in bronzo vennero realizzati su calchi degli originali superstiti.

 

Dopo essere stata esposta alla celeberrima e ancora insuperata mostra Civiltà del Seicento a Napoli, l’opera fu collocata nel percorso museale di Capodimonte.

 

Con la sua fantasmagorica e raffinata decorazione di marmi colorati, un tempo impreziosita da bronzetti dorati, il tabernacolo di Santa Patrizia testimonia gli inizi di Fanzago nella realizzazione di bronzetti di grande perizia e modernità, e la sua aggiornata conoscenza dei modelli lombardi e romani, particolarmente delle opere di Orazio Censore, Stefano Maderno e Pompeo Targone.

 

Ancora nel 1970, Raffaele Mormone aveva ammirato i bronzetti dal vero; dopo di lui, tutti gli studiosi successivi, compresa chi scrive, sono stati costretti ad affidarsi alle poche fotografie conservate nell’archivio storico fotografico della Soprintendenza napoletana.

 

Nella primavera del 2013, mentre ero impegnata in altre ricerche, ho riconosciuto le Virtù trafugate dal tabernacolo napoletano, in quelle conservate allora al Museo Amedeo Lia di La Spezia.

 

Le tre statuine erano esposte con un’attribuzione alla cerchia di Guglielmo della Porta.

 

Grazie alla collaborazione con i colleghi della Soprintendenza per i Beni Storici Artistici ed Etnoantropologici e il Polo Museale della città di Napoli, oggi Direzione Regionale Musei Campania, in particolare con la dottoressa Marina Santucci, nonché con il Nucleo Carabinieri per la Tutela di Napoli – dove prestava servizio il comandante Carmine Elefante – le tre Virtù tornarono a Napoli.

 

 

 

 

Dopo l’accurato restauro eseguito da Antonio Tosini e la presentazione al pubblico e alla stampa, tenutasi il 20 febbraio 2014, le Virtù sono state nuovamente collocate sul tabernacolo.

 

 

 

 

In ottime condizioni, le statuine mostrano tutta l’abilità del Fanzago anche nelle sculture in piccolo formato – misurano circa 20 cm di lunghezza e 15 cm di altezza – nella ricercatezza anatomica, nei panneggi frangiati e ripiegati in triangoli, stilema fanzaghiano già esperito con grande sapienza, e nelle raffinate acconciature.

 

 

Di recente Sylvian Bellenger, Direttore del Museo e Real Bosco di Capodimonte, cui sono molto riconoscente, mi ha invitata a contribuire a questa nutrita rubrica per raccontare le vicende del prezioso Tabernacolo di Cosimo Fanzago e presentare sinteticamente, e in anteprima, un altro importantissimo recupero del Nucleo Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale, questa volta della sezione di Firenze, che ha ritrovato il Pellicano in bronzo dorato sottratto oltre quarant’anni fa.

 

Grazie alla preziosa collaborazione della funzionaria del Museo e Real Bosco di Capodimonte Alessandra Rullo e del dottor Carmine Romano, il 18 maggio, giornata della Festa dei Musei, i Carabinieri di Firenze – e colgo l’occasione per esprimere la mia gratitudine al Maggiore Lanfranco Disibio, al Luogotenente Sauro Bertinelli e al Maresciallo Ordinario Adriano Grilli – mi hanno consentito di esaminare il piccolo gruppo e di realizzare le prime fotografie dopo il recupero.

 

 

 

 

 

Il Pellicano, fuso in un unico pezzo e a tutto tondo, è montato su una base con volute tipiche del repertorio ornamentale fanzaghiano.

Misura, compresa la base, 14,7 cm di altezza, e presenta un’apertura alare di 17 cm; la larghezza e la profondità della base sono rispettivamente di 10,5 e 5,8 cm.

Le dimensioni servono in questo caso più che mai ad evidenziare quanto, pur in forme così ridotte, il bronzetto sembri anticipare le monumentali e celebri aquile marmoree dei pulpiti fanzaghiani.

 

 

 

 

In effetti il Pellicano, ad eccezione del collo, particolarmente allungato, è, nella resa del becco, delle piume e degli artigli, più vicino all’immagine di un rapace che a quella dell’uccello pescatore.

 

Le zampe dello straordinario bronzetto sono circondate da altri tre piccoli pellicani, fusi separatamente e poi avvitati alla base.

 

 

 

Ad impreziosire il piccolo gruppo è un cristallo di rocca incastonato al centro della base che doveva brillare nella collocazione originale sul tabernacolo.

 

 

Pur destinato ad una fruizione prevalentemente a distanza, la finezza del modellato e l’attenzione alla resa di ogni particolare, esemplificano l’intenzione del Fanzago di soddisfare non soltanto le esigenti committenti benedettine, ma anche di esibire la sua abilità nella realizzazione di bronzi di piccolo formato concepiti e realizzati con l’attenzione minuziosa di un orefice.

 

Il tabernacolo di Santa Patrizia segna di fatto il debutto di Fanzago nella toreutica, divenuta in seguito parte essenziale della produzione dell’artista e della sua bottega.

 

Il pellicano che si lacera il petto per nutrire i figli con il suo sangue è, come noto, simbolo del sacrificio di Cristo ed era divenuto elemento decorativo essenziale dei tabernacoli eucaristici.

 

Dal petto dell’uccello bronzeo fanzaghiano sgorga infatti un fiotto di sangue, reso dallo scultore con grande perizia di cesello.

 

 

Il recupero di quest’opera da parte del Nucleo Tutela dei Carabinieri di Firenze spero possa avere quanto prima l’epilogo felice della restituzione al Museo di Capodimonte per essere rimontato al centro del timpano tra le Virtù, dopo aver ricevuto le cure esperte del restauratore Antonio Tosini.

 

 

L’auspicio è che sia restituita al pubblico la possibilità di ammirare un’opera di grande raffinatezza nell’impiego di materiali diversi, emblematica dell’ingegno artistico e della versatilità tecnica di Cosimo Fanzago e dell’attento e tenace lavoro di tutela del nostro patrimonio esercitato dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo e dai Carabinieri del Nucleo Tutela.

 

 

Il testo di  Paola D’Agostino è inserito nell’iniziativa “L’Italia chiamò – Capodimonte oggi racconta”

 

 

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