L’italia chiamò – Capodimonte oggi racconta… L’intervento conservativo dell’opera di Mario Merz Onda d’urto

Per la rubrica L’Italia chiamò – Capodimonte oggi racconta… Simonetta Funel, del Dipartimento di Restauro del Museo e Real Bosco di Capodimonte, ci illustra come ha affrontato fra il 2017 e il 2019 il delicato caso dell’Onda d’urto di Mario Merz, opera di cui ieri ci hanno parlato Ophilia Ramnauth Luciana Berti.

 

La conservazione delle opere d’arte contemporanea pone problemi specifici e complessi per la natura stessa dei materiali utilizzati, spesso deperibili.

Perciò la messa a punto di una metodologia d’intervento non può prescindere dalla profonda comprensione del modus operandi dell’artista, del suo mondo e della sua poetica.

Il dipartimento di Restauro del Museo di Capodimonte ha affrontato fra il 2017 e il 2019 il delicato caso dell’opera di Merz che presentava diversi problemi: lo spegnimento di uno dei neon aveva interrotto la progressione numerica di Fibonacci, la rottura di alcuni legacci d’imballaggio dei giornali scompaginava i pacchi e le parti in ferro presentavano una leggera patina di ossidazione.

Dalle ricerche, dalle osservazioni e dalla visita alla Fondazione Merz di Torino, sono emerse alcune importanti considerazioni sull’assetto iniziale dell’opera e su una sua precedente esposizione a Oslo nel 1986.

Si sono poi messe a fuoco considerazioni sulla patina degli elementi in ferro, sulle carte dei giornali e sulla cromia complessiva dell’opera.

Lo studio e l’intervento sono stati condotti da Simonetta Funel.

 

Esponente di rilievo di quella che il critico Germano Celant ha definito arte povera, Merz sviluppa compiutamente il suo linguaggio a partire dalla fine degli anni sessanta, quando servendosi di diversi materiali non tradizionali, adotta la forma dell’igloo.

Dal 1970 usa tubi al neon per inserire nelle sue istallazioni la serie numerica di Fibonacci, nella quale riconosce un sistema capace di rappresentare i processi di crescita del mondo organico.

Nella seconda metà degli anni settanta crea una serie di opere in cui oltre gli igloo, le fascine, i tubi al neon, i tavoli e gli ortaggi, vengono inseriti anche dei giornali.

L’artista nel 1976 espone a Napoli, nella veranda neoclassica di Villa Pignatelli.

 

 

Dall’Archivio del Museo e Real Bosco di Capodimonte

 

Dall’Archivio del Museo e Real Bosco di Capodimonte

 

Dall’Archivio del Museo e Real Bosco di Capodimonte

 

L’opera Onda d’urto viene esposta per la prima volta a Napoli presso il Museo di Capodimonte nel 1987 nel Salone dei Camuccini, quando si erano appena avviati i lavori per la realizzazione della sezione dedicata all’Arte Contemporanea dove oggi si trova l’opera.

 

Dal catalogo della mostra, 1987

 

 

…La visione non elusiva, la dimensione di render visibile non eludendo, il grado di urto che essa comporta è il sofferente: ogni volta nascita senza abitudine, senza esperienza. C’è una pittura che resta nella certezza insopportabile e c’è un fallire la sua tradizione per l’incerto ma assolutamente vivo…

 

Con queste parole il critico d’arte Bruno Corà sottolinea, commentando l’opera di Merz nel catalogo edito in occasione della mostra del 1987, come l’artista nell’allontanarsi dai linguaggi tradizionali in un certo senso certi dell’arte, ci traghetti verso nuove vivissime sensibilità.

 

Stato di conservazione

 

Ferro, vetro, lastre di pietra lavica, carta, plastica. L’opera di Merz si presenta come un insieme “polimaterico”.

A distanza di più di trent’anni dalla sua realizzazione, l’opera presenta un inevitabile degrado che ha colpito principalmente il materiale più deperibile che la compone: le carte dei giornali.

Pur se sottoposta in precedenza ad interventi periodici di spolveratura, presenta accumuli di polvere nelle parti non facilmente raggiungibili e sugli elementi in ferro si è creata una patina di ossidazione.

Nel 2017 uno dei neon il numero 2584, che fa parte della progressione luminosa di Fibonacci, si è spento disattivando gli ultimi numeri collegati in serie.

 

Mario Merz, Onda d’urto, 1987, particolare prima dell’intervento

 

Nell’immediato si è provveduto a isolare il neon non più funzionante ripristinando l’illuminazione del resto della serie.

 

Mario Merz, Onda d’urto, 1987, particolare prima dell’intervento

 

Ma un intervento conservativo che affrontasse l’opera nella complessità dei suoi materiali era ormai necessario.

Bisognava mettere a punto una metodologia di intervento che rispettando le esigenze di tutela legate alla musealizzazione dell’opera, non ne tradisse il significato.

Si sono aperte questioni metodologiche, di osservazione e di comprensione dell’istallazione.

 

Approfondimento per la messa a punto dell’intervento

 

Un fondamentale aiuto per individuare il metodo generale di approccio all’opera ci è stato fornito dalla fondazione Merz di Torino che svolge dal 2005 attività di promozione dei artisti contemporanei e custodisce le memorie e le documentazioni del lavoro di Mario Merz promuovendone mostre in tutto il mondo.

Creata da Beatrice Merz (figlia dell’artista), si avvale della collaborazione di numerosi esperti fra cui Mariano Broggia, membro del comitato scientifico che è stato amico e collaboratore di Merz ed è quindi un profondo conoscitore del modo di operare dell’artista.

La visita alla Fondazione si è rivelata di particolare interesse, per comprendere l’attività dell’artista ed è stata fonte di stimolanti riflessioni.

Ponendo l’accento sulla mancanza di uno studio inteso come vera e propria progettazione dell’opera, Broggia sottolinea come per Merz fosse importante l’atto della realizzazione che lui definisce: un’idea compiuta che si realizza in modo definitivo nell’atto di porne gli elementi; nell’intento di dare valore a ciò che non ha più valore (come le copie invendute dei quotidiani).

Più in generale Broggia indica l’importanza del mantenimento dei rapporti cromatici fra gli elementi dell’opera e rivela che la patina nera presente sugli elementi in ferro, di cui oggi si scorge un residuo, non è una colorazione applicata dall’artista, ma frutto della lavorazione.

Deve pertanto essere ritenuta una scelta dell’autore quella di lasciare la superficie del ferro così come è uscita dalla fabbrica.

Ancora apprendiamo altre due importanti notizie che ci fanno collocare l’opera di Merz in una più giusta cronologia: tra il 26 Aprile e l’8 Giugno del 1986, un anno prima della mostra a Capodimonte, l’identica istallazione era stata esposta a Oslo con l’inserimento di quotidiani norvegesi.

Si comprende così la presenza di un cospicuo numero di giornali norvegesi lasciati in deposito a Capodimonte dall’artista.

Dopo la mostra di Oslo, tutte le parti dell’istallazione, compresi i giornali, furono trasferite a Napoli, ma qui l’artista decise di usare quotidiani locali, attualizzando così l’opera.

I quotidiani provenienti dalla mostra di Oslo furono quindi messi in deposito.

 

Foto dell’istallazione a Oslo nel 1986. La foto è stata gentilmente fornita dalla Fondazione Merz di Torino.

 

Uno dei giornali conservati nel deposito del Museo

 

Tutte queste considerazioni ci hanno guidato nella scelta delle operazioni da compiere per garantire una giusta conservazione di Onda d’urto.

I pacchi di giornali chiusi con fascette bianche in materiale sintetico ormai spaccate in più punti e quindi non più funzionali, esponevano i quotidiani sciolti dal loro imballaggio a possibili manipolazioni.

Rispettando l’indicazione di non creare scompensi cromatici fra le carte dei giornali abbiamo scartato l’ipotesi di ruotarli all’interno dei pacchi in modo da inserire all’esterno le copie in migliore stato di conservazione.

Questa operazione infatti avrebbe creato una discontinuità cromatica perché i giornali interni alle pile sono sicuramente meno ingialliti.

 

Ogni elemento dell’opera è stato attentamente osservato nelle foto dell’epoca per comprenderne l’assetto originario.
I giornali utilizzati da Merz erano recuperarti dai giornalai fra quelli non venduti nell’arco della giornata.

 

Napoli, foto riprodotta dal catalogo del 1987

 

Erano quindi confezionati in due modi diversi: quelli invenduti conservavano ancora l’imballaggio originale con fascette bianche piatte saldate a caldo e quelli aperti ma non interamente venduti, erano imballati alla meglio con spaghi di plastica bianca dai giornalai, questi spaghi erano presenti perciò fin dall’origine dell’istallazione, come ha dimostrato l’ingrandimento delle foto contenute nel catalogo del 1987. Questo ci ha fatto escludere la rimozione degli spaghi, ritenuti erroneamente un intervento successivo, mentre si è deciso di sostituire le fascette ormai distrutte.

 

Istallazione del 1987,imballaggio dei pacchi. Dettaglio ingrandito da una foto del catalogo

 

E’ stato quindi programmato un intervento da svolgere con la sala aperta al pubblico, isolando la zona con una recinzione, che ha riguardato:

  • La ricollocazione del neon rigenerato;
  • la sostituzione delle fascette non più in buono stato con nuove fascette dello stesso tipo e spessore;
  • La spolveratura dei giornali e degli elementi che circondano le pile di giornali: vetri, pietre laviche e pavimento, per un numero complessivo di 120 pacchi di giornali.

 

Fasi dell’intervento

 

La corrente elettrica è stata temporaneamente scollegata dall’intera progressione dei neon per consentire di svolgere in sicurezza le operazioni previste.

Il numero spento è stato rigenerato con il reinserimento del gas all’interno, consentendoci il recupero di quello originale.

 

Torino, collaudo del neon rigenerato

 

Sulle carte la polvere superficiale è stata rimossa con pennelli morbidi e aspirapolvere portatile a bassa pressione; dopo opportuna protezione della superficie con carta giapponese e/o una griglia morbida che ci ha permesso di esercitare l’aspirazione necessaria, senza correre rischi per la conservazione dei giornali già fortemente ossidati e danneggiati.

 

I pacchi di giornali sono stati spolverati catalogandoli di volta in volta per poterli ricollocare al posto originario.

Le fascette che li bloccavano dove non più in condizioni di reggere,sono state sostituite, con reggette in Polipropilene delle stesse dimensioni di quelle originali, fermate con filo di nylon trasparente cucito.

Tutti i danni delle carte sono stati lasciati senza alcuna chiusura degli strappi o ricostruzione delle parti mancanti, nel rispetto delle intenzioni dell’artista.

 

Prima dell’intervento, strappi e lacune dei giornali

 

I cristalli che sono bloccati dai pacchi di giornali sono stati integralmente spolverati durante la necessaria movimentazione dei pacchi, così anche le lastre di pietra lavica e le strutture in ferro, usando un aspirapolvere a bassa pressione e panni elettrostatici.

 

Dopo la spolveratura, i neon sono stati delicatamente spolverati con un pennello morbido e riposizionati in corrispondenza delle rispettive pile di giornali. Questa operazione è stata eseguita a blocchi per evitare un’eccessiva manipolazione degli elementi.

 

Serie dei neon spenti durante le operazioni di rimozione dei depositi di polvere

 

Fascette rotte e depositi di polvere

 

Tavolo di lavoro con i pacchi di giornali classificati, spolverati e con le nuove fascette d’imballaggio

 

Le fascette sostituite sono state chiuse bloccandole temporaneamente con una spillatrice e poi con filo di nylon cucito

 

Concluse le operazioni di spolveratura di tutti gli elementi e la sistemazione dei pacchi di giornali, è stato reinserito il neon rigenerato, ed è stata ripristinata la corrente elettrica.

 

Mario Merz, Onda d’urto, 1987. Ferro, neon, giornali, vetro, pietre, 216 x 650 x 1100 cm. Dono di Graziella Lonardi Buontempo © foto Luciano Romano. L’opera dopo l’intervento

 

 

Il testo di Simonetta Funel è inserito nell’iniziativa  “L’Italia chiamò – Capodimonte oggi racconta”.

 

Della stessa rubrica puoi leggere:

 

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