L’italia chiamò – Capodimonte oggi racconta… la Crocifissione di Masaccio

Non si ferma la rubrica L’italia chiamò – Capodimonte oggi racconta: oggi vi proponiamo il testo a cura di Alessandra Rullo, storico dell’arte e curatore del XV secolo del Museo e Real Bosco di Capodimonte, che ci parla di Masaccio, artista che rivoluzionò completamente la pittura del Quattrocento italiano, entrando a pieno titolo nel Rinascimento, e della sua Crocifissione, una delle opere più preziose del museo, emozionante dramma senza tempo, acquisita per arricchire ulteriormente le sue già straordinarie collezioni d’arte.

 

Fu persona astrattissima e molto a caso, come quello che avendo fisso tutto l’animo e la volontà alle cose dell’arte sola, si curava poco di sé e manco di altrui. E perché e’ non volle pensar già mai in maniera alcuna alle cure o cose del mondo, e non che altro, al vestire stesso, non costumando riscuotere i danari da’ suoi debitori, se non quando era in bisogno estremo, per Tommaso, che era il suo nome, fu da tutti detto Masaccio.

 

Così Giorgio Vasari nelle sue Vite (1568) descrive la personalità di Tommaso di ser Giovanni di Mone Cassai (San Giovanni Valdarno 1401 – Roma 1428) e l’origine del suo soprannome, Masaccio.

 

Nel breve spazio della sua attività artistica, dal 1422, anno in cui si iscrive all’Arte dei medici e speziali di Firenze, al 1428, anno della morte improvvisa (“di veleno”, riferisce Vasari) Masaccio rivoluzionò completamente la pittura, portandola alle novità che erano state espresse in architettura e scultura da Filippo Brunelleschi (Firenze, 1377-1446) e Donatello (Firenze, 1386-1466).

 

Con la triade di artisti il nuovo linguaggio del Rinascimento prende il via, si passa dalla rielaborazione dei temi e delle forme dell’antichità classica ad una messa a sistema coerente attuata attraverso la conoscenza storico-critica fino alla scoperta della prospettiva, alla ricerca di uno spazio razionale e allo studio del corpo umano.

 

Quando Masaccio esordisce, a Firenze era ancora di moda il Gotico internazionale, stile che si era affermato nelle corti di Europa a partire dagli anni Settanta del XIV secolo con un linguaggio fiabesco, dalle linee eleganti e fluenti, ricco di dettagli preziosi e raffinati, di cui un esempio eloquente è l’elegantissima Adorazione dei Magi di Gentile da Fabriano (1423, oggi agli Uffizi).

 

Gentile da Fabriano (Fabriano 1370 c. -Roma 1427), Adorazione dei Magi, tempera su tavola, Uffizi

 

Il giovane artista irrompe sulla scena proponendo in pittura la resa scultorea e solidamente tridimensionale delle figure, con una narrazione rigorosa dove nulla avviene senza un’intima necessità.

 

Il suo stile puro sanza ornato si incontra sin dalla prima opera, il trittico di San Giovenale a Cascia di Regello, datato 23 aprile 1422 e viene fuori prepotente anche nelle opere condotte insieme a Masolino da Panicale (Panicale in Valdelsa 1383 – Firenze 1440), pittore più anziano e legato ai dettami del gotico internazionale, come nella straordinaria decorazione della Cappella Brancacci per la chiesa del Carmine di Firenze, iniziata nel 1425.

 

 

Nel Museo di Capodimonte di Napoli si conserva la tavola con la Crocifissione, un tempo cuspide del polittico realizzato su commissione del notaio ser Giuliano di Colino degli Scarsi da San Giusto per la sua cappella nella chiesa di Santa Maria del Carmine a Pisa.

Il contratto fu firmato il 19 febbraio del 1426 e l’opera fu saldata il 26 dicembre dello stesso anno, per un totale di 60 fiorini (contro gli 80 stipulati).

La realizzazione dell’opera, un polittico impaginato in un’articolata carpenteria, venne supervisionata da maestro Antone, priore del Carmine, che doveva approvarne la riuscita e la conformità con il resto degli arredi liturgici della chiesa.

Il polittico, dedicato dal committente a San Giuliano, suo eponimo, era alto braccia octo et due terzi, circa 5 metri, ed è stato smembrato alla fine del XVI secolo, quindi la descrizione di Vasari,  che lo vide in chiesa, è essenziale per comprenderne la complessa magnificenza:

 

Nella chiesa del Carmine di Pisa, in una tavola che è dentro a una cappella del tramezzo, è una Nostra Donna col Figliuolo, et a’ piedi sono alcuni angioletti che suonano, uno de’ quali sonando un liuto porge con attenzione l’orecchio all’armonia di quel suono; mettono in mezzo la Nostra Donna San Piero, San Giovanni Battista, San Giuliano e San Nicolò, figure tutte molto pronte e vivaci. Sotto, nella predella, sono di figure piccole storie della vita di quei santi e nel mezzo i tre Magi che offeriscono a Cristo; et in questa parte sono alcuni cavalli ritratti dal vivo, tanto belli che non si può meglio desiderare; e gli uomini della corte di que’ tre re sono vestiti di varii abiti che si usavano in quei tempi. E sopra, per finimento di detta tavola sono in più quadri molti santi intorno a un Crucifisso.

 

La descrizione di Vasari è stata fondamentale per riconoscere gli undici elementi del polittico ad oggi individuati:

 

  • la cimasa centrale con la Crocifissione del Museo di Capodimonte di Napoli,
  • la tavola centrale con l’immagine della Madonna col Bambino e angeli musicanti (Londra, National Gallery),
  • due delle quattro cuspidi laterali raffiguranti un San Paolo (Pisa, Museo di San Matteo) e un Sant’Andrea (Los Angeles, Getty Museum),
  • quattro delle tavole che decoravano la fronte dei pilastrini laterali, con Sant’Agostino, San Girolamo e due santi carmelitani (Berlino, Staatliche Museen, Gemäldegalerie),
  • le tre tavole della predella con il Martirio di San Pietro e la decollazione del Battista, l’Adorazione dei Magi e San Giuliano che uccide i genitori e San Nicola che dona le tre sfere dorate (Berlino, Staatliche Museen, Gemäldegalerie).

 

Ricostruzione del Polittico di Pisa

 

La lacuna più consistente riguarda i santi che affiancavano la Vergine nel registro principale, San Pietro, San Giovanni Battista, San Giuliano e San Nicola, le cui storie sono narrate nella predella.

I pannelli superstiti conservano tracce di una sagomatura a cuspide, che fa dedurre il loro inserimento in una cornice ancora di gusto tardo gotico, probabilmente voluta dal committente, come il fondo oro e la disposizione degli elementi su più ordini; ma Masaccio, con un rigoroso uso della prospettiva, riuscì a saldare le parti, trasformando anche il fondo oro in spazio reale nel quale i personaggi si dispongono liberamente su diversi livelli di profondità.

 

La Crocifissione oggi a Capodimonte fu acquistata nel 1901 come opera di ignoto fiorentino, nelle raccolte dell’allora Museo Nazionale (attuale Museo Archeologico) per duemilacinquecento lire (circa 11.200 € attuali) e nel 1906 identificata da Suida come scomparto centrale del registro superiore del polittico di Masaccio.

 

Masaccio, Crocifissione, 1426, particolare

 

Collocata all’apice del polittico doveva trovarsi a circa cinque metri di altezza, con una visione violentemente scorciata dal basso, resa con sapienza attraverso l’abbreviazione delle gambe di Cristo e la testa incassata sulle spalle, a suggerire l’umanità dolorosa di un corpo abbandonato alla morte.

 

Le figure, modellate con forti contrasti di luce e ombra, si collocano in uno spazio misurabile e vero, teatro di un evento drammaticamente doloroso, espresso dalle mani contratte che sporgono dal corpo massiccio della Madonna, da quelle portate al volto del dolente san Giovanni, ma, soprattutto, dalle braccia alzate in un incontenibile moto di angoscia di Maria Maddalena, inginocchiata di schiena.

 

Masaccio, Crocifissione, 1426, particolare

 

Masaccio riduce la scena della Crocifissione all’essenziale, con i personaggi principali e un lembo di terra a simboleggiare il Golgota: niente deve distrarre dall’evento tutto umano anche se trasfigurato nel fondo oro.

Il dipinto emoziona per la sua capacità di parlare oltre il tempo di un dramma universale, la morte, e del dolore che essa provoca in chi rimane. Il linguaggio di Masaccio, teso e concentrato, inchioda al confronto con questo mistero, prima ancora che con quello religioso.

 

Il restauro condotto da Leonetto Tintori tra il 1956 e il 1957, in vista dell’apertura del Museo di Capodimonte, consentì il recupero del dettaglio iconografico dell’albero della vita al di sopra della croce, scoperto rimuovendo il cartiglio con l’I.N.R.I., dovuto ad una ridipintura seicentesca.

Altro ripensamento, realizzato invece dallo stesso Masaccio, è l’aggiunta della figura della Maddalena ai piedi di Cristo, si noti infatti la decorazione dell’aureola diversa rispetto a degli altri personaggi e attraverso una stesura liquida del colore si intravede il braccio inferiore della croce.

 

La tavola prima e dopo il restauro

 

Pur nelle sue ridotte dimensioni (83×63 cm) la Crocifissione di Capodimonte è espressione alta della portata rivoluzionaria dello stile dell’artista, riconosciuta e celebrata già dai suoi contemporanei, tanto da fare esclamare a Filippo Brunelleschi, venuto a conoscenza della sua prematura morte:

 

Noi abbiamo fatto in Masaccio una grandissima perdita

 

 

Masaccio
(Tommaso di ser Giovanni di Mone Cassai)
(San Giovanni Valdarno 1401 – Roma 1428)
Crocifissione
1426
tempera su tavola
83 x 63,5 cm
Inv. Q 36

 

Il testo di Alessandra Rullo è inserito nell’iniziativa  “L’Italia chiamò – Capodimonte oggi racconta”.

 

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