Oggi vi raccontiamo… Il Ritratto di fra Luca Pacioli

Il Museo e Real Bosco di Capodimonte, insieme al Mibact, aderisce alla campagna #iorestoacasa per indurre a comportamenti responsabili che possano ridurre il rischio da contagio dovuto al Covid-19.

In questi giorni di chiusura forzata del Museo, abbiamo deciso di raccontarvi il nostro immenso patrimonio artistico e botanico, giorno per giorno.

Oggi Alessandra Rullo, storico dell’arte  e curatore XV secolo del Museo e Real Bosco di Capodimonte, ci racconta il Ritratto di fra Luca Pacioli con un allievo: uno dei dipinti più evocativi dell’Umanesimo rinascimentale, e in particolare degli studi sulla matematica e la geometria che animarono le principali corti italiane del Quattrocento.

 

 

Il dipinto acquisito nel 1903 dallo Stato italiano, che ne ha evitato così l’esportazione all’estero, e destinato all’allora Museo Nazionale di Napoli (attuale Museo Archeologico), è esposto dal 1957 a Capodimonte, dove occupa un posto d’onore accanto alle opere provenienti dalla collezione Farnese.

Anticamente collocato nel Palazzo Ducale di Urbino, il ritratto raffigura il frate francescano Luca Pacioli (Borgo San Sepolcro, 1445–1517), insigne matematico, amico di Piero della Francesca e di Leonardo, che – con lo sguardo concentrato, quasi perso dinanzi a sé – dà dimostrazione dell’ottava proposizione dal libro XIII degli Elementi di Euclide a un discepolo, vestito secondo la moda aristocratica del tempo, che volge i suoi occhi allo spettatore.

Sul tavolo è posata la sua opera più celebre, la Summa de Arithmetica, stampata a Venezia nel 1494 e dedicata al duca Guidobaldo da Montefeltro, riconoscibile dalla iscrizione Li[ber] R[egularum] Luc[ae] Bur[gensis].

 

 

 

Intorno sono sparsi gli strumenti atti allo studio e alla misurazione della matematica e della geometria (una penna d’oca col suo astuccio, un compasso, un goniometro, un gesso e una spugnetta). Tra questi spiccano due straordinari solidi geometrici.

Il dodecaedro in legno si collega allo studio dei cinque solidi regolari di cui parla Platone nel Timeo, e, nella cosmologia platonico-pitagorica, rappresenta “l’ornato del mondo”, andando a completare la serie degli elementi rappresentati dai solidi (cubo=terra; icosaedro=acqua; ottaedro=aria; tetraedro=fuoco).

Pacioli era solito fabbricare solidi in legno per lo studio della geometria, e in più occasioni li presentò nelle più prestigiose corti italiane: Urbino, Milano, Roma, Firenze, Venezia.

In alto a sinistra è rappresentato un solido in cristallo (rombicubottaedro), – singolare natura morta, colmo per metà d’acqua, – quasi un’apparizione che pende dal soffitto, sostenuto da un filo non perfettamente in asse. Al suo interno si riflette un’immagine, forse la facciata del Palazzo Ducale di Urbino.

 

 

 

La presenza dei due solidi, legati alle indagini di Pacioli, fanno pensare che l’iconografia del dipinto sia stata dettata dal frate stesso, pienamente inserito nel clima culturale della corte di Urbino, centro importante per gli studi matematici e geometrici durante il Quattrocento e Cinquecento.

A Urbino conobbe e frequentò Piero della Francesca, che Pacioli definisce “monarca alli dì nostri della pittura e architectura”, e i cui scritti furono fondamentali non solo per gli artisti, come il De Prospectiva Pingendi, ma anche per i matematici del suo tempo.

Nel 1496 Pacioli si trasferì a Milano, presso Ludovico il Moro, dove entrò in contatto con Leonardo. L’artista possedeva una copia della Summa de Arithmetica, pubblicata da Pacioli due anni prima, pagata 119 soldi, che, essendo scritta in lingua volgare, aveva consentito a Leonardo di potersi impadronire dei principi matematici.

La conoscenza diretta del frate, da cui prendeva lezioni di algebra e geometria, permise l’instaurarsi di un vero e proprio sodalizio.

Leonardo si interesserà allo studio della equiestensione dei solidi e delle aree, al problema della quadratura del cerchio, e ad altre dimostrazioni geometriche, come testimoniano numerosi disegni sul tema. Per Pacioli, Leonardo eseguirà le celebri illustrazioni di solidi geometrici, tra cui il rombicubottaedro, per il manoscritto del De divina proportione, presentato nel 1498 a Ludovico il Moro.

Il clima culturale vissuto dagli intellettuali e artisti rinascimentali, che vede la matematica e la geometria come discipline principali per conoscere e indagare la realtà, è ben esemplificato dalle parole usate da Leonardo nel suo Trattato della pittura: “Nessuna umana investigazione si può dimandare vera scienza, se essa non passa per le matematiche dimostrazioni; e se tu dirai che le scienze, che principiano e finiscono nella mente, abbiano verità, questo non si concede, ma si nega per molte ragioni; e prima, che in tali discorsi mentali non accade esperienza, senza la quale nulla dà di sé certezza”.

 

 

L’atmosfera misteriosa e quasi sospesa che si respira nel dipinto di Capodimonte si riversa anche nell’enigma del pittore che riuscì a rendere così puntualmente il clima colto ed erudito che circondava queste figure dedite allo studio della matematica e della geometria.
La firma che compare in basso a destra (Iaco. Bar. Vigennis p. 1495), su un cartiglio spiegazzato dove un moscone si è appena posato, suscita ancora dibattiti tra gli studiosi riguardo alla sua interpretazione.

 

Si tratta di Jacopo de’ Barbari, artista e incisore veneziano che lavorò anche in Germania e col quale entrò in contatto Albrecht Dürer proprio per i suoi studi sulle proporzioni umane, o piuttosto, come recentemente si è proposto, di Jacometto Veneziano, altro artista lagunare, tra i più fedeli seguaci di Antonello da Messina, scomparso poco prima del settembre 1497?

 

 

Se su Jacometto Veneziano sono note ancora poche notizie, di Jacopo de’ Barbari sappiamo che faceva parte di quella cerchia di artisti e intellettuali, come Piero della Francesca, Leonardo e Albrecht Dürer, tesi a rivendicare il ruolo della pittura come “ottava arte liberale”.

De’ Barbari, in una lettera scritta entro il marzo 1502 a Federico il Saggio, suo committente, sostiene che i pittori devono essere esperti nella geometria e nell’aritmetica perché “non pol essere proporcione senza numero, né pol essere forma senza giometria”.

Il suo studio sulle proporzioni, e quindi sulla matematica e geometria applicate alla natura, è attestato anche da Dürer, che ebbe contatti con Jacopo sia a Venezia che a Norimberga. Il pittore tedesco, nell’introduzione al suo “Trattato sulle Proporzioni”, riserva parole di elogio al collega veneziano: “Non trovo nessuno che abbia scritto sui canoni delle proporzioni umane, salvo un uomo di nome Jacopo, nato a Venezia e prezioso pittore”.

Un ulteriore attestato di stima da parte di Dürer fu la richiesta, nel 1521, all’arciduchessa Margherita d’Austria, reggente dei Paesi Bassi, di donargli il quaderno di schizzi dell’ormai scomparso Jacopo de’ Barbari, richiesta che non fu accolta in quanto era stato già promesso al pittore di corte Bernart Van Orley.

 

Testo di Alessandra Rullo

 

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