Gemito, dalla scultura al disegno

(10 settembre 2020 – 15 novembre 2020)

a cura di Jean-Loup Champion, Maria Tamajo Contarini e Carmine Romano

 

La mostra Gemito è un progetto di Sylvain Bellenger, direttore del Museo e Real Bosco di Capodimonte e di Christophe Leribault, direttore del Petit Palais di Parigi, dove si è svolta la prima esposizione dal titolo Gemito. Le sculpteur de l’âme napolitaine (dal 15 ottobre 2019 al 26 gennaio 2020).

L’enorme successo riscosso a Parigi, ha restituito alla sua legittima fama internazionale il grande artista di fine dell’Ottocento e alla sua incomparabile abilità nel captare le anime, una delle maggiori sfide del ritratto, che va ben al di là della somiglianza.

La seconda esposizione a Napoli, nella città natale dell’artista, dal titolo Gemito, dalla scultura al disegno (10 settembre-15 novembre 2020), a cura di Jean-Loup Champion, Maria Tamajo Contarini e Carmine Romano, invece, si concentrerà più sui due grandi amori della sua vita che sono stati anche le sue muse: la francese Mathilde Duffaud e la napoletana Anna Cutolo.

 

Vincenzo Gemito, Mathilde Duffaud, s.d.
Napoli, Museo e Real Bosco di Capodimonte

 

Gemito, da Parigi a Napoli

 

“Gemito, poco noto in Francia – afferma il direttore Bellenger – a Napoli assume le dimensioni di un mito, di una grande figura della leggenda, non nera e ossessiva come quella di Caravaggio, ma tenera, a cui i napoletani si sono affezionati. Un sentimento che nasce dall’ammirazione e dall’indulgenza verso il figliol prodigo, il ragazzo di strada. Gemito fu uno scugnizzo, il Gavroche dei francesi”.

“Gemito sculpteur de l’âme napolitaine” è stata la prima mostra dedicata a Gemito fuori dall’Italia dopo la morte dell’artista, il che può apparire sorprendente trattandosi di un uomo che aveva trovato la gloria proprio a Parigi, durante l’Esposizione universale del 1878, e che aveva stretto amicizia con i grandi artisti del tempo: Meissonnier ma anche Rodin.

“Con la mostra al Petit Palais, Gemito non ha cambiato volto, ma la sua figura è cresciuta, incontrando un’altra leggenda – continua Bellenger – La sua “nicchia” di scultore pittoresco e realista si è allargata, a beneficio non solo di una migliore comprensione della sua strategia artistica ma anche di una leggenda che, uscita dalle sue frontiere, ha spezzato il suo isolamento e ha assunto una forma più universale: quella dell’artista maledetto. La miseria, la gloria e la follia, tutti gli ingredienti che la nostra modernità è solita associare all’arte, sono in effetti riuniti in Gemito, che è entrato così nell’universo dei Camille Claudel, dei Van Gogh, degli Antonin Artaud, dei folli devastati o, al contrario, elevati dalla loro follia. Questa leggenda, a sua volta, non è certamente priva di conseguenze per il talento di un artista, ma ci ha permesso di rivalutare l’ultimo periodo della sua produzione, i suoi ultimi vent’anni di vita, in cui il disegno diventa scultura”.

La mostra che si apre a Capodimonte, “Gemito dalla scultura al disegno”, ha l’ambizione di riassumere le rivelazioni di quella parigina, organizzandole però diversamente intorno ai suoi esordi, ai busti, alla gloria, agli amori (la francese Mathilde e la napoletana Anna), alla follia e alle ultime opere.

“Addolorato dal lutto, ferito dalla demenza, Gemito realizzò nei suoi ultimi anni una serie di opere sorprendenti, un nuovo ritorno all’antico, ma come stranamente attraversato dalla modernità delle secessioni artistiche dell’inizio del XX secolo, una sorta di manierismo che fa pensare a Vienna, a Monaco e che anticipa la rottura italiana della pittura metafisica e in particolare di Gino Severini – conclude Bellenger – Come tutte le mostre dedicate a Gemito, passate e future, anche queste due insistono sul genio tecnico di Gemito, un genio che le repliche tardive dei suoi bronzi che invadono il mercato hanno cancellato, per non dire umiliato”.

 

Vincenzo Gemito, Busto di Anna, 1886 ca.
Napoli, Museo e Real Bosco di Capodimonte

 

La vita, il successo, la follia

 

La vita di Vincenzo Gemito (1852-1929) ha tutti i caratteri della leggenda: bambino esposto, abbandonato dalla madre e depositato nella ruota dell’Annunziata a Napoli il 17 luglio 1852, poi adottato da una famiglia povera, crescerà nelle strade di Napoli a contatto con quegli ‘scugnizzi’ che diventeranno uno dei suo soggetti preferiti.

Circondato dall’affetto dei genitori adottivi, l’artista si forma lontano dalle accademie legandosi ad artisti “ribelli” come Antonio Mancini, Giovan Battista Amendola, Achille d’Orsi ed Ettore Ximenes. Da ragazzo osserva la tradizione locale presepiale delle botteghe di San Gregorio Armeno e la classicità dei reperti archeologici di Ercolano e Pompei esposti al Museo Nazionale di Napoli (oggi Museo Archeologico).

Giovanissimo entra come nello studio dello scultore Emanuele Caggiano, poi diventa allievo di Stanislao Lista e Domenico Morelli. Da subito viene riconosciuto come un brillante scultore: il suo Giocatore, scolpito all’età di 17 anni, fu subito acquistato dalla Casa Reale per la Reggia di Capodimonte. A 23 anni vanta una serie di busti di personaggi illustri tra cui Morelli, Verdi e Michetti.

Il suo Ritratto di Verdi lo rende famoso e viene invitato ad esporre a Parigi, capitale delle arti europee, dove il suo Pescatore con il suo realismo rivoluzionario provoca uno scandalo nel 1877. La critica grida alla bruttezza, ma il pubblico è entusiasta. La gloria arriva a soli 26 anni in quella Parigi dove arriva con l’amico Antonio Mancini, detto ‘Totonno’, e dove stringe importanti relazioni artistiche e umane con Giovanni Boldini che lo introduce negli ambienti parigini e, soprattutto con Ernest Meissonier, con cui intrattiene rapporti amicali e non solo professionali come testimonia l’intesa corrispondenza epistolare.

Dopo l’Esposizione Universale del 1878 Gemito torna a Napoli dove crea, grazie all’aiuto dell’amico barone du Mesnil la fonderia a Mergellina nella quale sarà di grande aiuto ‘Masto Ciccio’, come affettuosamente chiama Francesco Jadicicco, secondo marito della madre adottiva Giuseppina Baratta. Il re d’Italia Umberto I gli ordina la colossale statua di Carlo V per la facciata del palazzo reale di Napoli, poi Un surtout di tavola d’argento. Ma lo spirito di Gemito è indebolito e, passando da una crisi di follia all’altra, sarà rinchiuso prima nella clinica psichiatrica Fleurent e poi si chiuderà in un lungo autoisolamento, per oltre venti anni, nella sua casa di via Tasso.

La sua scultura si trasforma e il suo disegno si libera e si espande fino a farne uno dei più grandi disegnatori del suo tempo (es. i ritratti dei figli dell’albergatore Bertolini, esposti ora a Philadelphia). In questa mostra è rivalutata l’ultima produzione di Gemito mettendo in luce i suoi stretti rapporti con altri artisti europei di inizio Novecento. Gemito muore a Napoli nel 1929.

 

Video del co-curatore Carmine Romano: una selezione delle 150 opere in mostra, una ricca antologia di 100 tra sculture, dipinti e disegni suddivisi nelle nove sezioni tematiche che animeranno il percorso espositivo.

 

 

Foto di Giovanna Garraffa

 

 

Foto di Amedeo Benestante

 

Gemito e la scultura

 

La tecnica scultorea: fusione ‘a cera persa’

 

La tecnica della fusione ‘a cera persa’, utilizzata da Gemito, era praticata fin dall’antichità e prevede diverse fasi di lavorazione qui sinteticamente descritte.

Per prima cosa lo scultore realizza un modello in argilla o gesso (anima) delle stesse dimensioni della scultura definitiva e lo ricopre di cera rifinita nei minimi particolari.

Al modello sono applicati alcuni canalini in cera, uno principale e altri secondari disposti a lisca di pesce, per garantire il drenaggio del metallo fuso, fori per la fuoriuscita della cera liquefatta e condotti di sfiato per i vapori caldi.

Il tutto è poi ricoperto da un massiccio strato di gesso refrattario (forma) da cui sporgono l’imbuto della bocca di colaggio e gli sfiati. Al modello sono applicati alcuni chiodi per fissare l’anima interna alla forma, per evitare spostamenti e variazioni di spessore nella sottile intercapedine creata dal deflusso della cera.

La forma è cotta in forno a 400°-500° per far sciogliere la cera che esce dagli sfiati. Il bronzo (lega di rame, stagno e piombo) è fuso a 1100° e versato con un crogiolo, attraverso la bocca di colaggio, per riempire l’intercapedine lasciata vuota dalla cera.

Una volta raffreddata, si smantella la forma (scoccaggio) e si passa alla paziente pulitura dai canali e dai residui di fusione (nettatura). Con raspe e ceselli lo scultore procede quindi alla rifinitura dei particolari e alla patinatura, procedimento chimico che anticipa la naturale ossidazione del metallo.

 

Vincenzo Gemito – Bozzetto per il Trionfo da tavola

 

Il percorso espositivo

 

La mostra Gemito, dalla scultura al disegno è suddivisa in nove sezioni in cui le opere sono esposte cronologicamente e associate a quelle di artisti suoi contemporanei. Due sezioni sono dedicate ai due grandi amori della sua vita: la francese Mathilde Duffaud e la napoletana Anna Cutolo, detta ‘Nannina’ da cui avrà una figlia: Giuseppina. Tra i capolavori in mostra c’è il magnifico Medaglione con la testa di Medusa in argento dorato proveniente dal Getty Museum di Los Angeles, il famoso Giocatore e l’altrettanto celebre Pescatore Napoletano. E, ancora il Fiociniere, la Testa di fanciulla, il Malatiello, il Pescatorello, l’Acquaiolo, il Pastore degli Abruzzi, il busto della moglie Anna e quello di Giuseppe Verdi. Ci sono poi i disegni, tra cui La Zingara. In mostra anche la celebre Coppaflora, recentemente acquisita alle collezioni di Capodimonte grazie a un atto di mecenatismo di cinque imprenditori napoletani, attraverso lo strumento fiscale dell’Art Bonus.

 

Medaglione con testa di Medusa – Vincenzo Gemito 1911 – Argento dorato – 23,5 cm – Inv. 86 SE. 528 – Getty Museum

 

La maggior parte delle opere sono in collezione al Museo e Real Bosco di Capodimonte, ma molte provengono dalla Collezione Intesa Sanpaolo-Gallerie d’Italia Palazzo Zevallos Stigliano, partner anche dell’esposizione parigina, dal Polo Museale della Campania (Museo e Certosa di San Martino, Castel Sant’Elmo), dal MANN-Museo Archeologico Nazionale di Napoli, dalle Gallerie dell’Accademia di Belle Arti di Napoli, dal Museo d’Orsay di Parigi, dal Philadelphia Museum of Art e dal Getty Museum di Los Angeles negli Stati Uniti, dalla GAM-Galleria d’Arte Moderna e dalla GNAM-Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, per citare solo alcune delle istituzioni museali nazionali e internazionali e da molte raccolte private.

 

 

Antonin Moine, Pescatore napoletano addormentato, 1838
Parigi, collezione privata

 

Sezione I

Antonin Moine e il pescatore napoletano nella scultura francese prima di Gemito

 

L’immagine del pescatore napoletano, vestito con i pantaloni corti, la camicia con le maniche arrotolate e col berretto rosso, fa parte dell’immaginario europeo fin dal tempo dai viaggiatori del Grand Tour del XVIII secolo e resa popolare dai dipinti di Franz Ludwig Catel.

È la languida figura di Antonin Moine, recentemente donata al Museo di Capodimonte, che inaugura la mostra Gemito. Si tratta di una grande versione inedita in una fusione in sabbia di Braux del 1838. Quest’opera fu apprezzata da Victor Hugo e deve molto all’Endimione dipinto dal suo maestro Girodet. Il giovane ragazzo sembra addormentato accanto al remo della sua barca.

Gemito riprende lo stesso tema, ma dall’interno, per così dire, cercando l’osservazione cruda e acuta della sua realtà quotidiana e creando così una vera e propria rottura a Parigi nel 1877, esponendo la figura “ripugnante” del suo Pescatore, vero manifesto del Verismo napoletano.

In questa sezione sono esposti anche tre pastori originali del ‘700: un ricco contadino (mezzo carattere), una popolana e un vecchio “spogliato” cioè senza vestiti, in cui è visibile il suo manichino di stoppa, la testa in terracotta, le mani e i piedi in legno. Il giovanissimo Gemito, infatti, trascorreva il suo tempo a San Gregorio Armeno osservando gli artigiani che realizzavano le figure presepiali.

 

Vincenzo Gemito, Il giocatore, 1869 ca.
Napoli, Museo e Real Bosco di Capodimonte


Vincenzo Gemito, Pastore degli Abruzzi, 1873 ca. Napoli, Museo e Real Bosco di Capodimonte

 

Sezione II

Ragazzi napoletani

 

A sedici anni Gemito realizza Il giocatore, suo primo capolavoro presentato all’annuale mostra Promotrice di Napoli con l’iniziale titolo moraleggiante Il vizio!, subito acquistato dalla Casa Reale di Capodimonte. Dal 1870 al ‘72 lavora nello studio presso il convento abbandonato di Sant’Andrea delle Dame, nei pressi dell’Accademia, condiviso con il pittore Antonio Mancini e altri giovani artisti.

La sua produzione ha come soggetto privilegiato quegli scugnizzi dal destino precario in cui rivede se stesso e di cui plasma intensi ritratti modellati nell’argilla con straordinaria abilità.

Nel 1871 con l’altorilievo raffigurante Giuseppe venduto dai fratelli vince il concorso bandito dal Real Istituto di Belle Arti per il Pensionato di Roma, alla cui conclusione presenterà il suo affascinante Bruto.

Qui riunite in mostra una serie di sette teste di bambini in terracotta eseguite nello stesso periodo. La maggior parte di questi scugnizzi appartengono alle collezioni del Museo di San Martino e delle collezioni di Intesa Sanpaolo, Gallerie d’Italia Palazzo Zevallos Stigliano a Napoli e i loro titoli sono stati dati in seguito, come il Malatiello, il Fiociniere, un ragazzino che pesca il polpo con l’arpione, o l’Idiota, la cui espressione malinconica e pensosa si oppone al suo nome. Tra questi c’è anche il busto di un bambino offerto da Gemito al pittore De Nittis, che a sua volta lo donò nel 1871 all’Annunziata, l’istituzione stessa che aveva accolto l’orfano Gemito. La testa del giovane Pastore degli abruzzi fu probabilmente modellata a Sant’Andrea delle Dame e poi fusa in bronzo.

 

Vincenzo Gemito – Busto di Verdi, 1873
Napoli, Museo e Real Bosco di Capodimonte

 

Sezione III

Busti d’artisti 

 

Tra i ritratti più celebri c’è sicuramente quello del compositore Giuseppe Verdi, nel 1873 a Napoli per la messa in scena al Teatro San Carlo di due opere, Don Carlo e Aida. Domenico Morelli, grande amico del musicista, lo convince a farsi ritrarre da Gemito, suo giovane protetto squattrinato in cerca di denaro per sottrarsi al servizio militare e pagare un sostituto. Gemito trova l’ispirazione solo quando Verdi si china a suonare il suo fortepiano e così lo ritrae nel pieno dell’ispirazione, a testa bassa; una fisionomia pensosa che suscita molte critiche e caricature quando Gemito espone il bronzo a Parigi al Salon del 1877 e la terracotta all’Esposizione Universale del 1878.

In mostra anche i busti del pittore Petrocelli, di Domenico Morelli, docente di pittura, dello spagnolo Fortuny, in vacanza a Portici nel ’73 e dell’abruzzese Michetti, sodale di D’Annunzio. Quest’ultimo ritratto di Michetti, realizzato intorno al 1875, sarebbe stato modellato a partire da una maschera in gesso ancora in forma liquida applicata da Gemito al volto del pittore stesso, con il metodo classico del calco, con cannucce nelle narici per evitare il soffocamento. Questa tecnica era considerata sia in Italia che in Francia come una sorta di imbroglio di cui Rodin fu accusato quando espose L’Age d’Airain al Salon del 1877.

Tra i capolavori l’aggraziato ritratto di Guido Marvasi, figlio del prefetto Diomede Marvasi rappresenta, nella sua condizione sociale privilegiata, una vera eccezione tra la folla di scugnizzi.

Al soggiorno a Parigi del 1877 rimandano, invece, i ritratti di esponenti della cultura francese conosciuti tramite il pittore Boldini, nella capitale dal 1871.

 

Vincenzo Gemito, Pescatore, ante 1876, gesso
acquisto 1889 Napoli, Museo e Real Bosco di Capodimonte

 

Sezione IV

Il viaggio a Parigi, i Saloni e l’Esposizione Universale

 

Nel 1877 Gemito, venticinquenne, va a Parigi seguito anche dall’amico Antonio Mancini, detto ‘Totonno’ e deciso a cercare fortuna nella capitale delle arti. Il suo Pescatore, esposto al Salon, suscita grandi entusiasmi ma anche scandalo per il suo crudo realismo. Il ragazzino nudo accovacciato su una roccia che tiene tra le dita il pesce appena pescato è scioccante per il suo realismo, la sua fisionomia, i suoi capelli ribelli e il suo corpo da ragazzino malnutrito, lontano dalla classica bellezza che il pubblico francese si aspetta da un’opera italiana. Il contributo del realismo della scuola napoletana è ulteriormente accentuato dal gruppo dei Parassiti dell’amico e compagno di scuola Achille D’Orsi, opera presente in mostra come pure La Rissa in gesso di Ettore Ximenes.

Il rimprovero di bruttezza fatto al Pescatore di Gemito tornò quattro anni dopo quando Degas espose al Salon degli impressionisti nel 1881 la sua Petite danseuse de quatorze ans a testimonianza dell’influenza che Gemito ebbe sugli artisti francesi.

In mostra anche una delle opere più famose di Gemito, l’Acquaiolo, una sensuale evocazione dell’antichità romana, una figura nuda di un giovane ragazzo che porta l’acqua in un grande vaso  poggiato sull’anca mentre con la mano sinistra sorregge una tazza, che ha realizzato a Napoli al suo ritorno da Parigi.

Gemito e Mancini a Parigi incontrano Giuseppe De Nittis, in città da oltre un decennio. Unico artista italiano presente alle mostre degli Impressionisti e amico di Degas, offre loro cordiale ospitalità. Tra le opere di Mancini in mostra Piccolo scolaro e ‘O Prevetariello.

Fondamentale per il successo dello scultore sarà, poi, l’incontro nel 1888 con il più potente e famoso pittore dell’epoca: Ernest Meissonier che lo prende sotto la sua protezione e lo incoraggia.  Gemito gli consegna il Pescatore per ringraziarlo del suo sostegno e, tornato a Napoli, mantiene una regolare corrispondenza con il maestro, la moglie e il figlio. Gemito realizza un ritratto di Meissonier in forma di statuetta dell’artista.

 

 

Vincenzo Gemito, Busto di Mathilde Duffaud, 1872, terracotta,
Parigi, Galleria Canesso

 

Sezione V

Mathilde Duffaud

 

Nel 1872 lo scultore incontra Mathilde Duffaud, modella francese di nove anni più grande, che vive  con l’antiquario Duhamel. Se ne innamora  e la porta nel suo nuovo studio al Mojariello. In questo periodo realizza il ritratto di lei in terracotta del 1872, tra i suoi più grandi capolavori. Quando nel ‘77 l’artista va a Parigi, lei lo raggiunge ma è già malata e Gemito chiede ai familiari di vendere tutto quello che c’è nel suo studio di Napoli per poterla curare.

Rientrati in città nel 1880, le condizioni di salute della donna peggiorano progressivamente fino alla morte nell’aprile del 1881.

Dai felici entusiasmi dei primi incontri fino ai tempi disperati, la storia tra i due è documentata da un gran numero di intensi ed emozionanti sculture e disegni.

 

 

Vincenzo Gemito, Carlo V, post 1884
Napoli, Museo e Real Bosco di Capodimonte

 

Sezione VI

Ritorno a Napoli, la follia

 

Sconvolto dalla morte di Mathilde, lo scultore si trasferisce per qualche mese a Capri, dove modella piccoli ritratti di isolani che trovano il favore del pubblico.

Nel 1883, con l’aiuto del barone belga Oscar du Mesnil, apre una sua fonderia a Mergellina dalla quale provengono eccellenti fusioni realizzate sotto il diretto controllo dell’artista che ha organizzato una piccola squadra affidata a ‘Masto Ciccio’.

Nel 1885, quando il re Umberto I gli commissiona la colossale statua del Carlo V per una nicchia della facciata del Palazzo Reale e, l’anno seguente, un Centrotavola in argento, la sua salute mentale comincia a vacillare. Gemito va in crisi: finora ha rappresentato solo coloro che popolano il suo mondo, ma mai una grande figura storica, una statua destinata ad essere colossale in marmo, materiale che a Gemito non piace. Si reca subito a Parigi nel 1885 per chiedere consiglio al suo grande amico Meissonier, specialista in ricostruzioni storiche, e anche per copiare le armature della sua collezione. Quando il marmo viene esposto nella sua nicchia di Palazzo Reale, Gemito rileva un errore nella posizione dell’indice allungato della mano destra e lo fa correggere: ecco il famoso dito in gesso, nelle dimensioni del marmo, donato nel 2018 al Museo di Capodimonte.

Nel 1886, il re Umberto I fece un secondo ordine a Gemito, un Trionfo da tavolo d’argento, per il suo Palazzo di Capodimonte. Ancora una volta, questo tipo di grande opera neobarocca è estranea al talento di Gemito. L’angoscia che segue questa commissione indebolisce ulteriormente lo stato psichico dello scultore, ricoverato presso la Clinica Fleurent di Napoli. Al suo ritorno, si rinchiuderà nella sua casa di via Tasso, in una sorta di esilio volontario per oltre venti anni, senza però smettere di creare. Realizzò numerosi disegni preparatori per il “surtout”, oltre a un grande bozzetto in cera, ora al Museo di Capodimonte nella sezione dell’Ottocento privato, ma non completò mai la commissione e il Duca d’Aosta accettò di rinunciarvi definitivamente.

 

 

Ferdinando Lembo, Gemito con il busto di Anna, 1920 ca.

 

Sezione VII

Anna Cutolo

 

Nel 1882 Gemito si innamora di Anna Cutolo, modella riconoscibile nel superbo dipinto di Donna con ventaglio di Domenico Morelli. Dal matrimonio tra i due nasce, nel 1885, la figlia Peppinella destinata a divenire valido supporto all’attività paterna.

La bellezza procace della sua Nannina, così diversa da quella delicata della fragile Mathilde, diventa protagonista delle opere dello scultore.

Ancora una volta, però, il destino gli sottrarrà l’amore e, nel 1906, Anna muore tra le sofferenze della malattia documentata da struggenti, quasi impietosi disegni dell’artista che ripiomba nello sconforto. In mostra anche un piccolo vaso di bronzo con parte del braccio che lo mantiene, un frammento dell’acquaiolo, che porta la scritta Nannina in inchiostro rosso, un omaggio ad Anna, e sul retro, ‘son lacreme d’amore e non è acqua’, una strofa di Fenesta vascia, la famosa canzone d’amore napoletana trascritta da Guglielmo Cottrau nel 1820.

Gemito inconsolabile, avendo successivamente perso i due grandi amori della sua vita, rimane solo con la figlia per i ventitré anni che gli restano.

 

Gemito disegna il ritratto di Achille Minozzi

 

Sezione VIII

Gemito disegnatore del Novecento

 

Tra il 1886 e il 1909 Gemito è afflitto da gravi turbe psichiche. Ciononostante continua a lavorare e a questi anni si data un importante nucleo di disegni.

La cospicua opera grafica dell’artista, caratterizzata da un tratto rapido e sapiente, illuminata da tocchi di luce atti a ottenere una grande forza plastica, è composta da bozzetti e studi ma anche da disegni autonomi, a volte di grande formato, come i bellissimi Ritratti Bertolini, del 1913 e 1914, e conservati oggi al Philadelphia Museum, mai esposti in Italia. Il padre possedeva uno degli alberghi più grandi e lussuosi di Napoli, il Bertolini Palace Hotel, affacciato sul golfo dalla cima del parco Grifeo.

Gemito disegna anche il suo collezionista e mecenate Achille Minozzi, un’imponente figura a carboncino che occupa un intero grande foglio di carta alla maniera dei ritratti della borghesia realizzati dagli artisti della Neue Sachlichkeit. Disegna le donne di campagna o gli zingari che incontra quando lascia Napoli per andare a Gennazzo, ma anche le adolescenti, o la nipote Annita. Il mezzo grafico gli consente una grande libertà espressiva che lo conduce a soluzioni innovative, di apertura verso il nuovo secolo. Tutti questi straordinari disegni furono ampiamente riprodotti sulla stampa italiana dell’epoca, spesso mostrati dal suo più importante collezionista Achille Minozzi, che ne aveva quasi quattrocento. Furono studiati, dopo la morte dell’artista, da Giorgio De Chirico, in un momento molto influenzato da lui e dal fratello Alberto Savinio, che scrisse diversi testi entusiastici sull’opera grafica di Gemito.

 

Coppaflora o Coppa Nuziale Flora, 1928-1929
Londra, Lullo Pampoulides Gallery
(Museo e Real Bosco di Capodimonte, acquisizione tramite Art Bonus)

 

Sezione IX

Ritorno all’Antico

 

Riemerso improvvisamente dal suo turbato mondo sul finire del primo decennio del Novecento, Gemito, quasi sessantenne, riprende con fervido entusiasmo la sua attività e si mostra in sintonia con il fresco gusto europeo dell’Art Nouveau, come testimoniano soprattutto le opere in argento.

Tra difficoltà e riconoscimenti lavora fino alla morte, nel 1929, dedicandosi a un’affascinante rilettura dell’antico quasi a ricongiungersi con i suoi inizi quando, adolescente, visitando il Museo Nazionale di Napoli, ritrovava istintivamente, in quelle antiche sculture, la sua natura ellenica partenopea. Negli ultimi venti anni di vita, Alessandro Magno diventa per Gemito una vera ossessione da cui nascono disegni e ritratti realizzati con varie tecniche e materiali al punto che nel  1938 la figlia Giuseppina dichiara: “Alessandro era di casa. Siamo cresciuti assieme. […] Papà voleva più bene ad Alessandro che a me…”.

Il ritorno di Gemito all’antichità comprende argenti e oggetti decorativi, di cui diversi esemplari sono esposti in mostra, il più famoso e spettacolare dei quali è il medaglione in argento e vermeil conservato al Getty Museum, dove il dritto rappresenta la testa così come appare sulla tazza Farnese, ma delimitata da piccoli serpenti la cui coda si estende sul rovescio, occupata al centro dalle squame di una pelle di serpente. Gemito raffigura un altro soggetto classico: Atalanta su un piatto d’argento, ispirato dal famoso dipinto di Guido Reni Atalanta e Ippomene.

In mostra la straordinaria Coppaflora o coppa nuziale in bronzo argentato. Gemito si ispira al vaso stamnos di tipo greco. La ciotola è decorata su ogni lato con una testa coronata di fiori con corone di fiori al centro e sull’altro lato due delfini, un motivo caro a Gemito.

La mostra si conclude con il lavoro contemporaneo dei fratelli napoletani Luciano e Marco Pedicini, un dittico fotografico dal titolo Paesaggi espositivi, che mette a confronto le opere di Gemito con il paesaggio della Napoli di oggi, evidenziando l’immutabilità dei volti dei bambini della città nel tempo: il volto scarnifcato di Ael, bambina rom che campeggia gigantesca sulla facciata cieca di un palazzo di Ponticelli opera dello street artist Jorit Agoch che rimanda alla piccola Zingara di Gemito.

 

 

Vincenzo Gemito, Autoritratto offerto a Meissonier, 1879
Parigi, Musée d’Orsay, dono della vedova Meissonier nel 1898

 

Cronologia

 

1852

Il 17 luglio è deposto alla ruota degli esposti dell’Annunziata di Napoli. Riceve il nome Vincenzo e il cognome Gemito, erroneamente trascritto come Gemito.

Viene affidato a Giuseppina Baratta, moglie di un imbianchino.

1861-1864

Apprendistato presso gli scultori Emanuele Caggiano prima e Stanislao Lista poi.

La madre adottiva, rimasta vedova, si risposa con Francesco Jadicicco.

Iscritto al Real Istituto di Belle Arti lascerà ben presto le aule accademiche.

1868-1869

Esegue Il Giocatore, sua prima grande scultura.

1872

Incontra la modella Mathilde Duffaud con cui vivrà fino alla morte di lei, nel 1888.

1877-1880

A Parigi. Da questo momento le sue opere saranno presentate con successo nelle più importanti esposizioni internazionali.

1880-1881

Torna a Napoli. Sconvolto per la morte dell’amata Mathilde si rifugia per vari mesi a Capri.

1882

Nello studio di Domenico Morelli conosce la modella Anna Cutolo, detta Nannina, che sposa lo stesso anno.

1883

Grazie all’aiuto del barone Oscar de Mesnil apre una fonderia a Mergellina.

1885-1906

Nasce la figlia Giuseppina detta Peppinella.

Si manifestano gravi turbe psichiche. Viene ricoverato nella clinica Fleurent dalla quale fuggirà per ritirarsi in esilio volontario nella sua casa a via Tasso alternando fasi di intenso lavoro a momenti di iraconda follia.

1906

Muore la moglie.

1909

Riceve la visita della duchessa Elena d’Aosta che gli commissiona un’opera per la regina Margherita. Abbandona il suo isolamento e inizia un nuovo proficuo percorso.

1915-1917

Soggiorni a Roma per il progetto del monumento di papa Pio X.

1919

Francesco Saverio Nitti, presidente del Consiglio, gli attribuisce una pensione annuale di 6.000 lire che, a seguito di problemi amministrativi, lo scultore non la riscuoterà mai.

1924

Da luglio a ottobre è a Parigi.

1929

Muore il 1° marzo.

 

 

L’allestimento di Roberto Cremascoli

 

Medaglione con testa di Medusa - Vincenzo Gemito 1911 - Argento dorato - 23,5 cm - Inv. 86 SE. 528 - Getty Museum

Vincenzo Gemito, Pescatore, ante 1876, gesso acquisto 1889 Napoli, Museo e Real Bosco di Capodimonte

Vincenzo Gemito, Testa di Mathilde, s.d. Napoli, Museo e Real Bosco di Capodimonte

Vincenzo Gemito, Busto di Mathilde Duffaud, 1872, terracotta, Parigi, Galleria Canesso

Vincenzo Gemito, Mathilde Duffaud, s.d. Napoli, Museo e Real Bosco di Capodimonte

Vincenzo Gemito, Busto di Anna, 1886 ca. Napoli, Museo e Real Bosco di Capodimonte

Vincenzo Gemito, Ritratto di Anna, 1886 Napoli, Collezione Intesa Sanpaolo Gallerie d'Italia - Palazzo Zevallos-Stigliano

Giovane pastore degli Abruzzi - Vincenzo Gemito 1873 ca - Bronzo 32x39x47,5 cm - PS 402 - Museo e Real Bosco di Capodimonte

Vincenzo Gemito, Testa di fanciullo, 1870-1872, terracotta Napoli, Museo e Certosa di San Martino

Vincenzo Gemito, Donna con scialle, 1921 Sorrento, Collezione Luciano e Arianna Russo

Vincenzo Gemito, Autoritratto, 1915, Napoli, Collezione Intesa Sanpaolo, Galleria d'Italia Palazzo Zevallos Stigliano

Vincenzo Gemito, La sorgente, 1912 ca, bronzo su base di pietra Collezione privata

Vincenzo Gemito, Bruto, 1871 Roma, Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea

Vincenzo Gemito, Atalanta, 1925 Roma Chines Collection

Vincenzo Gemito, Medaglione di Alessandro, 1923 Napoli, Museo e Real Bosco di Capodimonte

Vincenzo Gemito, Coppa di Medusa, 1920 Collezione privata, Napoli

Vincenzo Gemito, Busto di Domenico Morelli, 1873 Napoli, Museo e Real Bosco di Capodimonte

Vincenzo Gemito, Ritratto del figlio Bertolini, 1914 Filadelfia, Philadelphia Museum of Art

Vincenzo Gemito, Ritratto di Laura Bertolini, 1913 Filadelfia, Philadelphia Museum of Art

 

 

 

Approfondimenti

 

Negli articoli, Jean-Loup Champion, co-curatore della mostra, ci presenta Vincenzo Gemito, artista, uomo e eterno ‘scugnizzo’ nell’animo.

L’architetto Roberto Cremascoli (COR arquitectos) ci racconta l’allestimento spiegandoci come non sia possibile ‘separare l’artista dalla sua città”, il direttore Sylvain Bellenger ci regala la sua ‘introduzione’ alla mostra nel continuo fil rouge tra Napoli e Parigi.

Maria Tamajo Contarini, co-curatrice della mostra e storico dell’arte del Museo e Real Bosco di Capodimonte ci fa conoscere le opere di Gemito presenti nelle collezioni del museo, grazie alle acquisizioni e alle donazioni.

Il direttore Sylvain Bellenger ci racconta “Gemito, 0′ scultore pazzo”.  Un’analisi del rapporto tra la sua follia e la sua arte e una data che fa da spartiacque nella sua vita: il 20 agosto 1887 quando Gemito viene condotto all’ospedale psichiatrico.

 

 

Scarica la Cartella stampa

 


Vincenzo Gemito, dalla scultura al disegno (10 settembre – 15 novembre 2020)

 

Progetto di

Sylvain Bellenger, Direttore del Museo e Real Bosco di Capodimonte

Christophe Leribault, Direttore del Petit Palais di Parigi

 

Curatori scientifici

Jean Loup Champion, Maria Tamajo Contarini, Carmine Romano

Ufficio mostre

Patrizia Piscitello, Giovanna Bile
con
Benedetta Damiani e Antonella Pisano

Ufficio documentazione

Alessandra Rullo

Paola Aveta

Valentina Canone

Marco Liberato

 

Coordinamento progetto didattico-editoriale, multimediale e ricerca iconografica

Francesca Dal Lago

 

Progetto di allestimento

COR arquitectos (Cremascoli, Okumura, Rodrigues) con Flavia Chiavaroli

 

Direzione lavori

Renata Marmo

Eva Serpe

Restauri conservativi e verifica condition report

Alessandra Golia, Antonio De Riggi, Antonio Tosini, Alessia Zaccaria, Simonetta Funel, Giuseppe Silvestro

 

Verifiche documentarie e inventariali

Paola Aveta, Ophilia Ramnauth

Apparati didattici

Progetto Museo

 

Traduzioni

Christopher Bakke

 

Didattica

Servizi Educativi Museo e Real Bosco di Capodimonte

Ufficio stampa

Luisa Maradei

Comunicazione

Roberta Senese

Sito web, social media e cerimoniale

Giovanna Garraffa, Marina Morra

Consulenza legale

Luigi Rispoli e Carmine Panico – Studio Rispoli, Tommaso Cucci – CMM e Associati

 

Coordinamento allestimento e movimentazioni

Patrizia Piscitello, Vincenzo Paciello

 

Trasporti

Arterìa Srl

 

Movimentazioni

F.lli Bevilacqua Trasporti s.a.s.

 

Assicurazioni

A.G.E. Assicurazioni Gestione Enti S.r.l., AON S.p.a., BIG S.R.L., Società Alessandra e Cesare D’Ippolito S.A.S.

 

Realizzazione allestimento

Calliope Società Cooperativa, Erco Illuminazioni Srl

 

Produzione materiali grafici

NMK Srl

 

Realizzazione materiali grafici

Effegi Srl Tipografia

 

Catalogo

Electa Spa

 

Con la collaborazione dell’Associazione Amici di Capodimonte Onlus

Presidente

Errico di Lorenzo

Responsabile attività e coordinamento

Stefania Albinni

In collaborazione con

Intesa Sanpaolo, Gallerie d’Italia

Main Sponsor

GESAC

Sponsor tecnici

Tecno Srl, Graded, EPM, Protom, G&G

 

Enti e Museo prestatori

Barletta, Pinacoteca Giuseppe De Nittis

Ferrara, Museo Giovanni Boldini

Londra, Andreas Pampoulides

Los Angeles, The J. Paul Getty Museum

Milano, Gallerie Maspes

Milano, Sergio Baroni

Napoli, Collezione Intesa Sanpaolo, Gallerie d’Italia – Palazzo Zevallos Stigliano

Napoli, Galleria dell’Accademia di Belle Arti

Napoli, Luciano e Marco Pedicini

Napoli, MANN – Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Napoli, Museo Civico di Castel Nuovo

Napoli, Direzione Regionale Musei della Campania – Castel Sant’Elmo – Museo del Novecento

Napoli, Direzione Regionale Musei della Campania – Museo e Certosa di San Martino

Napoli, Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio del comune di Napoli

New York, Collection of Otto Naumann and Heidi Shafranek

Parigi, Musée d’Orsay

Philadelphia, Philadelphia Museum of Art

Roma, Antonacci Lapiccirella Fine Art

Roma, Chines Collection

Roma, Galleria d’Arte Moderna

Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea

Roma, Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio del comune di Roma

Sorrento, Collezione Ferraro Raffaele

Sorrento, Istituto di Cultura Torquato Tasso

Si ringraziano

Cristina Ambrosini, Arianna Angelelli, Francesca Antonacci, Giulio Baffi, Sergio Baroni, Jane Bassett, Alice Beamesderfer, Cécile Bertran, Julie Bertrand, Claudia Borelli, Maurizio Canesso, Fernanda Capobianco – Ufficio mostre della Direzione Regionale Musei della Campania, Rosario Caputo e Giovanna Zaccaro, Giusy Caroppo, Roberto Cassanelli, Marisa Catello, Michele Cimiero, Caroline Chenevez, Cristiana Collu, Michele Coppola, Annunziata Dalconzo, Cosimo Damiano, Nino Daniele, Francesco Delizia, Luigi De Magistris, Eleonora De Majo, Antonio Ernesto Denunzio, Federica De Rosa, Stéphanie Deschamps-Tan, Laurence des Cars, Giancarlo de Simone, Anne-Lisa Desmas, Olivier Donat, Antonio Falchi, Laura Feliciotti, Ophélie Ferlier-Boua, Raffaele Ferraro, Mathilde Formosa, Silvia Foschi, Angela Francabandiera, Giuseppe Gaeta, Federica Galloni, Jennifer Gapner, Luciano Garella, Tiziana Giuberti, Paolo Giulierini, Laura Giusti, Alessandra Gobbi, Anna Imponente, John Ittmann, Sophie Jugie, Elise Kerschelenbaum, Shelley Landale, Paolo La Motta, Damiano Lapiccirella, Luigi La Rocca, Nancy Leeman, Daniel Mancini, Louis Marchesano, Stefano Marson, Jean-Luc Martinez, Francesco Luigi Maspes, Odile Michel, Otto Naumann, Pierluigi Orefice, Maria Luisa Pacelli, Andreas Pampoulides, Claudio Parisi Presicce, Rita Pastorelli, Sylvie Pereira, Rosa Perotta, Luciano e Marco Pedicini, Silvana Piccoli, Federica Pirani, Timothy Potts, Francesco Prosperetti, Marta Ragozzino, Richard Rand, Nino Rapicavoli, Béatrice Remoissenet, Anna Maria Romano, Paola Rubino De Ritis, Timothy Rub, Luciano e Arianna Russo, Sara Scommegna, Heidi Shafranek, Silvia Trisciuzzi, Elisa Viola.

Un particolare ringraziamento ai collezionisti che hanno messo gentilmente a disposizione le loro opere desiderando rimanere anonimi.

Un sentito ringraziamento a tutto il personale di accoglienza e vigilanza del Museo di Capodimonte la cui collaborazione è preziosa per la realizzazione e il successo della mostra.

Museo e Real Bosco di Capodimonte

Direttore

Sylvain Bellenger

Dipartimento curatoriale

Mario Epifani, Patrizia Piscitello, Alessandra Rullo, Maria Tamajo Contarini, Rosa Romano, Maria Rosaria Sansone, Alessandra Zaccagnini

 

Ufficio mostre

Patrizia Piscitello, Giovanna Bile, Concetta Capasso

Ufficio Documentazione

Alessandra Rullo, Paola Aveta, Valentina Canone, Marco Liberato

 

Responsabile Digitalizzazione delle opere

Carmine Romano

 

Dipartimento Restauro

Angela Cerasuolo, Antonio De Riggi, Alessandra Golia, Vincenzo Iannucci, Giuseppe Marino, Antonio Tosini, Sara Vitulli, Alessia Zaccaria, Liliana Caso

Gabinetto Disegni e Stampe

Mario Epifani, Francesca Caterina Arduini, Simonetta Funel, Giuseppe Silvestro

Dipartimento architettura

Anna Capuano, Andrea Nicola Pasquale Corvino, Chiara Figliolia, Renata Marmo, Eva Serpe

Segreteria direzione

Luciana Berti, Anna Santoro

 

Segreteria Dipartimento Curatoriale

Francesca Dal Lago

Ufficio Stampa

Luisa Maradei

Comunicazione

Roberta Senese, Pasqualina Uccello

Sito web e social media

Giovanna Garraffa, Marina Morra

Accoglienza e Servizi educativi

Marco Liberato, Vincenzo Mirabito, Imma Molino

Servizi museali e didattici

Coopculture – Le Nuvole, Progetto Museo

Coordinamento amministrativo

Anna Capuano, Grazia Barlese, Daniela Barone, Emilio Francesco Gino Cafaro, Salvatore Capasso, Domenico Esposito, Pia Raffaella Orsini, Antonella Romano

Supporto giuridico-amministrativo

Carmine Panico

Dipartimento ICT

Gennaro Martano, Antonio Berriola, Antimo D’Abrunzo, Bruno Mandragora, Callisto Russo, Giuseppe Trematerra

Ufficio Protocollo

Sergio Manna

 

Archivio

Pasqualina Uccello, Anna Coppola, Antonella Mazzariello

Ufficio Personale

Daniela Paesano, Vincenzo Avolio, Amelia Cappelli, Giustina De Mare, Anna Di Marzo

Ufficio Pensioni

Rosaria Mazza, Vittorio Lucignano

Ufficio acquisti

Francesco Pagano

Ufficio Consegnatario dei beni d’uso

Antonio Ferola

Ufficio Affari Generali Bosco

Giuseppe Vitalone

Giuseppe Frascogna

Sostenitori

Amici di Capodimonte onlus

American Friends of Capodimonte

Un sentito ringraziamento va inoltre

a tutto il personale del Museo e Real Bosco

ai coordinatori del Servizio di Vigilanza

Salvatore Carmellino, Silvana Grassi, Concetta Musello

e a tutto il personale di Accoglienza e Vigilanza del Museo e di Ales

Paolo Amalfitano, Gregorio Apolloni, Paolo Apperti, Francesco Aruta, Anna Avolio, Francesco Barbato, Francesco Battista, Carmine Bisaccia, Gaetano Borrelli, Vincenzo Borriello, Maria Buonanno, Gaetano Busacco, Gianna Caiazzo, Francesco Cammisa, Concettina Capone, Silvana Capriello, Ernesto Cariello, Ciro Chierchia, Pietro Ciliberti, Maurizio Cirillo, Luigi Ciuffo, Salvatore Corrado Mancino, Antonio Crispo, Alessandra Cutolo, Giuseppe D’Angelo, Gennaro D’Anna, Giovanni David, Carlo De Falco, Bruno De Felice, Giuseppe De Gennaro, Immacolata De Gregorio, Ciro De Luca, Ciro De Luca, Raimondo Della Gatta, Elvira Della Luce, Maria Di Carlo, Gabriele Di Lanno, Giuseppe Di Lauro, Francesco Di Lorenzo, Salvatore Di Vaia, Antonio Dolmetti, Domenico Esposito, Raffaele Ferraro, Rosario Ferrone, Anna Figliolino, Vincenzo Fiorellineto, Ciro Fiorentino, Carmine Fiorenza, Mariano Fiorillo, Raffaele Flaminio, Gian Luca Fusco, Giacinto Gagliardi, Annamaria Galiero, Domenico Gentile, Agrippino Gervasio, Clara Giardulli, Gennaro Giarra, Ciro Gioffre’, Mario Giordano, Ciro Gottardo, Sossio Granata, Fabio Iannucci, Pietro Iervolino, Giuseppe Iescone, Modestino Imbriano, Pietro Iodice, Salvatore Lanciato, Carlo Longo, Annamaria Luongo, Antonella Magno, Palmiro Mambelli, Antonio Manfellotto, Vincenza Mangione, Antonio Migliaccio, Bruno Morra, Giuseppe Murolo, Vincenzo Napolitano, Iolanda Murolo, Pasquale Murolo, Teresa Nappa, Rocco Nocerino, Giuseppe Orlando, Donato Papadia, Giuseppe Perrella, Maria Petrazzuolo, Giovanni Piano Del Balzo, Carmela Pigno, Mario Carmine Rea, Antonio Riccio, Anna Russo, Giuseppe Russo, Angelo Salvatore, Pasquale Sansalvatore, Marco Santulli, Andrea Scapolan, Natale Severi, Antonio Testa,Raffaele Topo, Giuseppina Turco, Pasquale Viano, Rosaria Maria Verde, Salvatore Volpe e Francesco D’Agostino, Annamaria Farroni, Giuseppe Frezzetti, Vincenzo Mancinelli, Carmine Mazzarella, Giuseppe Pacilio