Incontri sensibili: Paolo La Motta guarda Capodimonte 

 

(30 giugno – 15 gennaio 2018)

 

La mostra Incontri sensibili: Paolo La Motta guarda Capodimonte, a cura di Sylvain Bellenger, porta per la prima volta al Museo e Real Bosco di Capodimonte l’opera dell’artista napoletano Paolo La Motta (1972) nell’ambito del ciclo di esposizioni Incontri sensibili, nel quale opere di artisti contemporanei dialogano con la collezione storica di Capodimonte.

Paolo La Motta, Bambina, 2018

 

Dopo Bourgeois e Guarino (26 marzo – 17 giugno 2017) e Jan Fabre. Naturalia e Mirabilia (1 luglio – 7 gennaio 2017), l’opera di Paolo La Motta si rapporta con alcune opere del museo, da lui scelte, di tecniche differenti e epoche diverse, sollecitando una inconsueta riflessione sull’arte, come storia della sensibilità, e consentendo di svelarne significati inaspettati.

L’artista racconta che da ragazzo, giocando nel Bosco di Capodimonte oltre l’orario di chiusura, ebbe paura di saltare il muro di cinta.

Piace pensare che il giovane Paolo non sia mai davvero uscito dal Bosco di Capodimonte, e che le sue paure siano state vinte con la sua arte che nasce da un dialogo ininterrotto con le opere della grande collezione del museo.

La sensibilità plastica delle sue opere non è prigioniera di una specifica scuola o di una sola epoca artistica: il Rinascimento, il Seicento, l’Ottocento napoletano e l’astrattismo, scoperti proprio nella Reggia borbonica, sono ben coniugati nei suoi dipinti.

La Motta si interessa a tutte le possibilità del linguaggio pittorico e rende la sua opera prova inconfutabile del ruolo che il Museo di Capodimonte ha avuto e continua ad avere sull’arte contemporanea.

 

 

Adducor ferre humana humanitas (…) imparerai, con dolore, che la Sanità è uno di quei posti dove l’umanesimo o diventa umanità o muore.

Padre Giuseppe Rassello (1950-2006), S.Severo fuori le mura. Carme in prosa. Napoli: Tip. F. Giannini 1985

Paolo la Motta, Doppio ritratto (2017)

L’artista

Il balcone dello studio di Paolo La Motta (Napoli, 1972) non offre altra vista se non quella di uno dei gialli e polverosi muri di tufo della Sanità. La materialità degli antichi palazzi del centro storico è un tratto distintivo delle sue ricerche pittoriche.
Come lo scultore Vincenzo Gemito (1852-1924) e il fotografo Mimmo Jodice, anche La Motta è cresciuto in questo quartiere storico di Napoli che negli anni ha ispirato artisti, come il pittore gallese Thomas Jones (1742-1803) e viaggiatori del Grand Tour. La Motta vive in via dei Miracoli, una strada che porta al Moiariello dove Gemito aveva la sua fonderia, a poca distanza da Capodimonte, il museo dove fin da giovane ha scoperto la sua vocazione.
Fondamentale nella sua formazione sia umana che artistica, la figura carismatica di Don Giuseppe Rassello (1950-2006), parroco della chiesa di Santa Maria della Sanità, che lo indirizzò agli studi artistici, poi conclusi con il diploma in Scultura all’Accademia di Belle Arti di Napoli sotto la guida dal maestro Augusto Perez (1929-2001).
La ricerca di La Motta, intimamente legata alla grande tradizione della scuola napoletana, è un’operazione colta che propone un discorso radicalmente contemporaneo dove il figurativo si apre all’ineffabile delle forme astratte.

 

Paolo La Motta, Genny 2007

 

Genny (2007)

Durante il laboratorio di ceramica presso l’istituto Papa Giovanni XXIII in via Cagnazzi nel rione Sanità, Paolo La Motta conosce l’alunno Genny Cesarano (Napoli, 1998-2015).
In quell’occasione esegue l’opera Genny (2007) a lui dedicata. Polittico composto da quattro dipinti e da un busto di terracotta, che gioca con la bidimensionalità e la tridimensionalità: cinque elementi come le cinque lettere riportate sul retro di ogni opera a comporre il nome di Genny.
Genny dialoga con cinque opere di Capodimonte realizzate con varie tecniche (pittura, disegno, fotografia, ceramica), appartenenti ad epoche diverse e accomunate dalla sacralità dell’infanzia: il Bambino Gesù, il busto di San Giovanni, l’impenetrabile ragazzo fotografato di spalle da Mimmo Jodice.
Qualche anno dopo l’opera Genny (2007) il 6 settembre 2015, durante una “stesa” in piazza Sanità Genny Cesarano, all’età di diciassette anni, viene ucciso dalla Camorra, vittima innocente di scontro tra gruppi rivali. La Motta realizza sul luogo dell’omicidio, in piazza Sanità, la scultura in bronzo policromo a grandezza naturale di Genny, con un pallone incastrato tra le assi, “simbolo di un’infanzia negata”.

 

Vincenzo Gemito (1852-1929) Frammento del ritratto di Anna (ca. 1880) Inchiostro tempera su carta e matita su carta incollata su cartone

 

Scrive il direttore Sylvain Bellenger:

Dopo Louise Bourgeois e Jan Fabre, il Museo di Capodimonte organizza una nuova mostra del ciclo Incontri sensibili: “Paolo La Motta guarda Capodimonte”. Questa serie di esposizioni, creata nel 2017, si basa sulla volontà di confrontare opere d’arte contemporanea con opere della collezione storica del celebre Museo. Tale confronto, decontestualizzato, riserva piacevoli sorprese sia a livello materiale che filosofico, facendo emergere la continuità delle preoccupazioni artistiche e l’atemporalità degli interrogativi, delle gioie e delle angosce umane. Questa volta avrà luogo un incontro diverso rispetto ai precedenti dal momento che non solo è stato l’artista a scegliere le opere protagoniste dell’incontro, sia per quanto riguarda quelle di sua realizzazione che quelle custodite al Museo, ma anche perché l’incontro si inscrive nella storia stessa dell’artista. Capodimonte si intreccia con La Motta poiché, quando era ancora adolescente, il suo primo incontro visivo con il Museo ha determinato la sua vocazione artistica e di conseguenza la sua vita.
Ho scoperto l’arte di Paolo La Motta grazie a una sua esposizione al PAN nel dicembre del 2017. Mi aveva colpito uno dei dipinti che costituisce il polittico, Genny. Ho subito visitato il suo atelier e deciso che avrei dedicato un’esposizione a Paolo La Motta, intitolandola “Paolo La Motta guarda Capodimonte”.
Il soggetto centrale della mostra, un’opera destinata ad arricchire le collezioni permanenti del Museo, è un giovane ragazzo della Sanità assassinato dalla camorra nel 2015. La Motta ha realizzato in sua memoria una scultura in bronzo policromo, raffigurante uno scugnizzo biondo seduto su alcune panche con un pallone da calcio, capace di cogliere il realismo quotidiano alla maniera di alcuni artisti inglesi che non hanno mai rinunciato alla rappresentazione del reale. L’opera è esposta nella piazza della Basilica di Santa Maria della Sanità e gli abitanti del quartiere lasciano un fiore sulla statua ad ogni ricorrenza che Genny non ha più la possibilità di vivere.
Il polittico Genny rimanda all’epoca in cui Genny era un allievo di La Motta, il quale aveva l’abitudine di ritrarre o scolpire i suoi allievi intenti al loro lavoro. Tali rappresentazioni colpiscono per la profondità e l’intelligenza dimostrata nel ritrarre i ragazzi seri e maturi, qualità che condivide con i più grandi ritrattisti napoletani del XIX secolo. Emerge anche il richiamo a Degas, Balthus e Lucian Freud, pittori che sono per La Motta un punto di riferimento.
La sua tecnica mi ha colpito per il suo strettissimo legame con lo stile napoletano. La Motta è un pittore estremamente colto; il suo sguardo è sempre influenzato da immagini, da gesti tecnici, da riferimenti all’Ottocento, al Novecento italiano ed europeo e dall’arte di tutti gli artisti napoletani che lo hanno preceduto. È difficile fare dei nomi, dal momento che La Motta li conosce tutti. Si può tuttavia citare il suo legame con gli artisti viaggiatori che, come lui, sono stati affascinati dalla materialità delle pareti spesso polverose degli immensi palazzi napoletani immersi nell’ombra e colpiti dalla luce. Thomas Jones, come oggi La Motta, aveva il suo atelier alla Sanità.
La conoscenza di questi artisti, spesso attraverso i libri, poiché La Motta non ha sempre l’occasione di viaggiare, ha tessuto l’immaginario dell’artista, trasformandolo in un mondo estremamente vivace e libero da tutte le regole e convenzioni obbligate dell’arte contemporanea.
Astratto o figurativo?
Da molto tempo il soggetto non ha più bisogno di giustificarsi e il dibattito che imperversava è ormai obsoleto, tanto sfocato al punto da riconoscere nelle figure il senso dell’astratto e nell’astratto la forma del reale. Si pensi agli artisti contemporanei, al canadese Peter Doig, al tedesco Neo Rauch, al francese Sam Szafran o al franco-americano Jules de Balincourt, ma potrei citarne altri. Ne consegue che non si controlla più da molto tempo il modo di guardare all’arte contemporanea, dove installazioni, video e avvenimenti vanno di pari passo con le altre arti. Se si tratta di pittura però, La Motta è esattamente un artista del suo tempo. 

Un giorno Degas che ammirava Mallarmé gli disse: “Signore, vorrei scrivere poesie, ho molte idee”. Ma Mallarmé gli rispose: “La poesia non si fa con le idee, la poesia si fa con le parole”.

 

La mostra:

Paolo La Motta, Anfratto e Palazzo Sanfelice

Giovanni Lanfranco, La Maddalena assunta in cielo

Ignoto XIII sec. campano, Testa di Bambino Gesù

Mimmo Jodice, Eden, Opera 29

Ignoto pittore napoletano, secolo XV, Annunciata

Paolo La Motta, Bambina

Paolo La Motta, Doppio ritratto

Paolo La Motta, Doppio ritratto

Vincenzo Gemito, Frammento del ritratto di Anna

 

L’inaugurazione del 29 giugno 2018:

 

 

Le immagini dell’inaugurazione sono di Elia Diana.