Sull’identità del ‘pretino’ di Vincenzo Gemito, modellato a Capri nel 1881

Un nuovo approfondimento online Sull’identità del ‘pretino’ di Vincenzo Gemito, modellato a Capri nel 1881 a cura di Lucia Arbace, già Soprintendente per i Beni Artistici, direttore regionale dei musei di Abruzzo e Molise e direttore del Munda (Museo Nazionale d’Abruzzo) all’Aquila.

La misteriosa identità del bronzo, enigma irrisolto, e la storia del riconoscimento dell’identità di un piccolo incantevole capolavoro dello scultore napoletano.

 

Sull’identità del ‘pretino’ di Vincenzo Gemito, modellato a Capri nel 1881

Lucia Arbace

Negli anni novanta, in occasione del riordinamento delle raccolte del Museo Artistico Industriale di Napoli, una piccola scultura in bronzo mi colpì tanto, suscitando il mio interesse.

Tra tanti oggetti magnifici, appartenenti alle raccolte dell’Istituto d’Arte Palizzi, soprattutto maioliche, avevo trovato incantevole un bustino raffigurante ‘lo zio prete’.

Lo avevo subito riconosciuto come opera di Vincenzo Gemito, sulla scorta del rapporto con il modello in cera che avevo apprezzato in un museo di Milano.

 

Vincenzo Gemito, Testina di prete, 1881, scultura modellata in cera, Milano, Galleria d’Arte Moderna, inv. 6539

 

Acquistata nel 1885, nella fase di maggiore incremento di quella collezione dedicata principalmente alle arti applicate, in primis la ceramica, la versione in bronzo si configurava in qualche modo eccentrica all’interno delle raccolte del museo napoletano, che secondo le intenzioni di Gaetano Filangieri doveva equivalere ad un ‘corso di storia figurata’ rappresentativo di tutte le attività manifatturiere, a vantaggio dell’educazione e della formazione degli studenti che frequentavano i laboratori delle varie discipline.

 

Nel 1998 ho così descritto questo piccolo capolavoro di Gemito nella guida artistica, pubblicata da Electa Napoli con le foto di Renato Salier:

 

“La scultura, caratterizzata da una rifinitura a cesello, ben rivela l’originale cifra dell’artista, il quale, respingendo i tradizionali canoni accademici, già in una fase giovanile approda a risultati straordinari realizzando penetranti ritratti nei quali il realismo è coniugato all’ironia, la sensibilità verso gli effetti di luce e colore alla forza espressiva.” 

 

Vincenzo Gemito, Lo zio prete, 1881-1885, scultura in bronzo fuso cesellato e patinato, Napoli, Museo Artistico Industriale, inv. 1407

 

Ero stata però tratta in inganno nel proporre la datazione. Avevo difatti ritenuto convincente il riferimento intorno al 1870, in una fase molto precoce dello straordinario percorso creativo dell’artista, già suggerito da Maria Simonetta De Marinis (1993).

In realtà – ma l’ho scoperto solo nel 2019, in occasione della bella mostra Gemito Le sculpteur de l’àme napoletane al Petit Palais Musèe des Beaux-arts de la ville de Paris, curata da Jean-Loup Champion – la letteratura critica colloca questo modello, ed almeno altri tre busti di analoghe dimensioni, in un momento assai preciso della vita di Vincenzo Gemito.

Siamo nel 1881 e il maestro, prostrato dal dolore per la scomparsa della amatissima compagna francese, Mathilde Duffaud che è stata per lui anche un provvidenziale sostegno in occasione delle trasferte parigine, si rifugia a Capri.

Gemito amerà tanto l’isola, divenuta ormai un crocevia internazionale d’incontri di artisti e intellettuali, al punto da acquistare una casa in Via Matermania per poterla frequentare anche in seguito.

Proprio durante quel primo soggiorno, nella pace rasserenante che solo la rigogliosa natura dell’isola azzurra poteva ben trasmettergli, Gemito plasmava alcuni felici ritratti.

La voluttuosa Rosina, la caprese è probabilmente il più celebre di tutta la serie in formato ridotto, trattandosi del ritratto di Rosa Ferraro, una ben nota giovane isolana divenuta la modella privilegiata di artisti del calibro di John Singer Sargent e Charles C. Coleman.

 

Vincenzo Gemito, Rosina, la caprese, 1881-1885, scultura in bronzo fuso cesellato e patinato, Napoli, Museo e Real Bosco di Capodimonte, inv. PS324

 

 

Tale precisa identificazione si rivela poi utile anche a confermare la realizzazione a Capri del piccolo busto raffigurante il prete, del tutto analogo nello stile e per dimensioni e fattura.

 

Il legame con Capri ha naturalmente amplificato la mia curiosità e negli ultimi mesi mi sono interrogata a lungo sull’identità di quel sacerdote, un personaggio la cui personalità è stata così acutamente interpretata da Vincenzo Gemito.

Ispira un fare bonario e sentimenti di generosità, ma anche autorevolezza questo prete privo di tonaca, raffigurato a torso nudo e caratterizzato da uno sguardo che pare proiettato verso il futuro.

 

In questi ultimi mesi di forzata permanenza nella mia isola, senza poter viaggiare, ho così dedicato tempo alla ricerca per sciogliere questo interrogativo irrisolto, esplorando l’amplissima bibliografia su Capri alla ricerca di notizie sui sacerdoti locali.

Nelle ultime decadi dell’Ottocento erano veramente tanti, almeno una dozzina, a giudicare dalle più antiche fotografie che documentano la processione di San Costanzo vescovo.

 

La solenne processione di San Costanzo vescovo all’uscita dalla ex cattedrale di Santo Stefano a Capri, 1878, foto Guida (da Il sogno è un’isola Capri e la fotografia: 1865-1918, a cura di G. Fiorentino, edizioni La Conchiglia, 2001)

 

 

Ancora oggi il santo patrono di Capri si festeggia il 14 maggio con riti solenni nelle due domeniche che precedono e seguono la ricorrenza.

È previsto anche il trasferimento nella chiesa di Marina Grande del notevole busto in argento raffigurante il santo, realizzato nel 1715 dall’argentiere napoletano Nicola De Angelis grazie alla munifica elargizione del vescovo di Capri, mons. Michele Gallo Vandeneynden, discendente dalla famiglia di ricchi collezionisti e mercanti fiamminghi.

 

Nicola De Angelis, San Costanzo vescovo, 1715, busto in argento fuso e sbalzato. Capri, ex cattedrale di Santo Stefano

 

Intorno al 1881, l’ex cattedrale ancora vantava un numeroso clero e il Capitolo della Collegiata di Santo Stefano era alimentato da un folto gruppo di sacerdoti adeguatamente istruiti, appartenenti alle più notabili famiglie isolane.

Modestissime sono state però le informazioni che ho potuto reperire, consultando gli archivi della Diocesi di Sorrento e della Parrocchia di Santo Stefano, e i volumi presso la Biblioteca del Centro Caprense “I. Cerio”.

Purtroppo le ricerche recenti di Maria Simeoli illuminano l’argomento solo fino al 1816, data della definitiva soppressione della Diocesi di Capri, ormai accorpata con quella di Sorrento ma già vacante dal 1799, anno della Rivoluzione napoletana.

 

Di ben diversa utilità sono state le mie passeggiate che certo non hanno trascurato il camposanto di Capri dove sono sepolte molte personalità di spicco, sia nella ormai troppo vasta area con la terra consacrata sia nelle due piccole terrazze del Cimitero acattolico.

Perlustrando le più antiche tombe, si è finalmente accesa la lampadina. Ero di fronte alla sepoltura di un sacerdote, semicoperta dall’edera ma situata in una collocazione privilegiata nell’area più antica del camposanto, a ridosso dell’altare che sovrasta l’antica fossa comune.

Mi ha subito colpito l’epigrafe assai eloquente nell’esternare la riconoscenza per la generosità legata alle opere caritatevoli. Il testo recita:

 

“A / SERENA ANTONIO / CANONICO ARCIPRETE / UMILE PIO LABORIOSO CARITATEVOLE /  MORTO IL III FEB. MDCCCLXXXV / CHE VOLLE / DEL SUO PATRIMONIO EREDI / SOLO I POVERI / LA CONGREGA DI BENEFICENZA / QUESTO MONUMENTO / P.”

 

La tomba di mons. Antonio Serena nel Cimitero di Capri, con l’epigrafe aggiunta nel 1902 circa

 

Istituita nel 1862 in tutto il Regno d’Italia, la Congrega di Beneficenza nella sua prima articolazione formulata in un apposito Regolamento, per le località come Capri con popolazione non superiore ai 10.000 abitanti, era governata da un presidente e da quattro membri eletti dal Consiglio comunale.

Come racconta Romana De Angelis Bertolotti, l’unica studiosa che ha potuto avere agli inizi di questo secolo un privilegiato accesso ai documenti dell’Archivio del Comune di Capri (tuttora chiuso e inaccessibile), tale Congrega aveva il preciso compito di assistere gli indigenti e amministrare i beni delle Opere Pie già esistenti che nell’isola erano tante, fondate sin dal 1640.

Doveva rappresentare in sede amministrativa e giudiziaria quindi il Monte Gascon ed Haubert, il Monte S. Giuseppe che provvedeva al maritaggio delle zitelle, il Monte de’ Marinai, la Cappella di Santa Maria del Soccorso, la Cappella del Rosario, nonché le due Confraternite fondate nel 1675, quella di San Filippo Neri, per le opere di culto e mutuo soccorso, e quella dei Marinai e Pescatori, votata al culto e alla beneficenza.

 

A fronte delle rendite, per lo più modeste, di tali opere pie, le casse della Congrega di Beneficenza vennero rimpinguate nell’ultimo ventennio dell’Ottocento da due cospicui legati testamentari, destinati ad avere un peso molto significativo nella vita sociale ed economica dell’isola, perché entrambi prevedevano l’assistenza ai poveri con particolare riferimento agli ammalati e alla somministrazione dei farmaci.

Tralascio qui il munifico gesto dell’avvocato napoletano Giuseppe Capilupi, che non a caso ha dato nome all’ospedale di Capri, per soffermarmi su quello, altrettanto considerevole, di monsignor Antonio Serena.

Questi disponeva di un patrimonio veramente significativo comprendente beni immobili che sfioravano un valore di ben 10.000 lire con una rendita di circa 600 lire annue.

Si trattava di un fondo rustico con casa colonica denominato La Croce; un edificio in via Madonna delle Grazie; un fondo con casamento ad Anacapri in contrada Catena; un fondo rustico in contrada Sopramonte; un edificio in via Fuorlovado, e una somma di denaro data in prestito al Comune di Capri che ne pagava gli interessi (1,70 lire annue per 34 lire in totale).

A questo punto occorre prestare attenzione alla cronologia dell’intera vicenda, perché fornisce elementi utili a dare sostegno alla mia intuizione di aver finalmente rintracciato il prete che stavo ricercando da mesi.

 

Mons. Antonio Serena aveva già dettato il suo testamento il 5 gennaio 1881 (e quindi qualche mese prima dell’arrivo a Capri di Gemito) ma la procedura amministrativa richiese molto tempo e giunse a compimento solo dopo la scomparsa del canonico.

Il munifico gesto dell’arciprete nei confronti della comunità caprese, con ogni probabilità divenuto ben presto di dominio pubblico, non era stato ben accolto dai suoi parenti più stretti, appartenenti alle famiglie Serena e Salierno, i quali tentarono in vario modo di entrare in possesso del patrimonio del prelato.

 

L’elevazione ad ente morale del legato Serena avvenne quindi con Regio Decreto del 24 luglio 1886, venti giorni dopo l’emissione di un altro decreto con il quale la Congrega di beneficenza era autorizzata “ad accettare l’eredità, annullando la deliberazione del 18 marzo con la quale la Deputazione provinciale aveva approvato la transazione stipulata fra la Congrega stessa e i pretesi eredi legittimi del testatore” (Archivio Comune di Capri, busta 149, cit. in De Angelis Bertolotti 2001, p. 68, nota 200).

 

Un altro dato significativo viene dal registro della parrocchia, dal quale si apprende che il futuro monsignore, Antonio Giovanni Pasquale Serena, era nato a Capri il 13 febbraio 1823 da Giuseppe Serena e Maddalena Salierno, con l’ausilio della levatrice Angela Maria Salvia, ed era stato battezzato il giorno successivo.

La registrazione della nascita fornisce infatti un ulteriore elemento utile a confermare l’identificazione del personaggio raffigurato nel bronzetto di Vincenzo Gemito, il quale ritrae un uomo non più giovane, assolutamente compatibile con l’età di 58 anni che aveva raggiunto il generoso arciprete al tempo del soggiorno dell’artista a Capri.

Dai documenti giungono poi altre informazioni che rafforzano e confermano il riconoscimento dell’identità, ed aiutano a formulare un’ipotesi  di particolare interesse,  nel suggerire che il piccolo bronzo sia in realtà uno studio, un modelletto per un’opera da realizzarsi in più grandi dimensioni.

 

Difatti il Comune di Capri avrebbe voluto erigere, su un terreno concesso gratuitamente alla Congrega di Beneficenza (Delibera del 5.11.1902), un monumento all’illustre concittadino che si era rivelato così generoso benefattore. Per quest’opera, che giungeva con molto ritardo anche a seguito delle citate contestazioni, il Comune aveva destinato la somma di 150 lire.

Tuttavia al canonico arciprete mons. Antonio Serena, entrato a far parte del capitolo della Collegiata di Santo Stefano sin dal 1849, non furono tributati  i meritati onori in nessuna piazza, ma venne dedicata soltanto la citata epigrafe in marmo aggiunta alla sua modesta tomba in pietra nel cimitero di Capri.

 

Il motivo del ripiego è chiarito dalle carte. Nel corso del decennio precedente del tutto disastrosa si era rivelata l’amministrazione degli immobili donati alla Congrega di Beneficenza, a seguito di alcune incaute vendite gestite dall’amministratore pro tempore Nicola Pagano.

 

Tra queste appare sorprendente soprattutto quella effettuata nel 1899 ad un personaggio di grande rilevanza, la baronessa Barbara Margaretha von Salis de Marschlins (1855-1929), meglio nota come Meta von Salis.

L’intellettuale svizzera, femminista ante litteram, in rapporto amicale con Rilke e Nietzsche, era giunta a Capri assieme all’amica poetessa Hedwing Kym, alla ricerca di pace e tranquillità, di una vita serena al riparo di occhi indiscreti.

 

Venduto ai cugini il castello di famiglia a Basilea, Meta von Salis decise di acquistare proprio il fondo rustico di ottomila cinquecento metri quadri che comprendeva una casa colonica poi da lei trasformata nella Villa Helios, per 17.000 lire, una somma tutto sommato modesta se comparata con le 40.000 pagate nell’anno precedente per la “bellissima, grande, veramente artistica Villa Discoboli con un fondo all’incirca della stessa estensione, ma più comodamente situata.”

 

La baronessa fu però a sua volta riconoscente nei confronti della comunità caprese che l’aveva accolta, destinando la sua proprietà nel 1917 alla parrocchia di Capri con l’obbligo di destinare la rendita in opere di assistenza ai poveri e ai bisognosi, allineandosi così forse inconsapevolmente con gli intenti dell’arciprete Antonio Serena.

Dispiace però che sia venuto a mancare un segno tangibile della riconoscenza nei suoi confronti da parte della comunità caprese.

A seguito della citata vendita e di altri investimenti poco oculati, agli inizi del Novecento la rendita iniziale del legato Serena si era ridotta a meno di un quarto, di fatto limitata a una cifra, 147,5 lire annue, addirittura inferiore rispetto allo stanziamento che il Comune di Capri aveva deliberato per onorare il generoso sacerdote.

Il costoso monumento celebrativo, rimasto in pregiudicato per oltre un ventennio, per tale motivo non venne autorizzato dalle autorità preposte.

Sulla vicenda è così definitivamente calato un pietoso velo, facendo cadere nell’oblio il benemerito canonico Antonio Serena, il quale – ironia della sorte – era morto proprio all’inizio dello stesso anno – nel pieno della fase in cui gli eredi rivendicavano il suo patrimonio – in cui fecero la comparsa sul mercato napoletano numerosi esemplari del piccolo bronzo, poi circolato in forma anonima con il titolo Piccolo prete o Lo zio prete.

Difatti la citata versione del Museo Artistico Industriale, cesellata dallo stesso artista, venne acquistata proprio nel 1885.

E a quello stesso periodo sembrerebbero potersi far risalire altre notevoli repliche, come quella appartenuta ad Alfredo Minozzi e l’altra recante la dedica a Domenico Morelli, comparsa sul mercato antiquariale con una scheda di Anna Villari.

Ricordando il grande  Morelli il cerchio si chiude riportando il mio racconto ai binari di partenza.

L’artista napoletano che troviamo tra i fondatori proprio del Museo Artistico Industriale, assai legato a Gemito da vincoli di sincera amicizia e stima, era anche il suocero del pittore Paolo Vetri il quale aveva accompagnato lo scultore a Capri nel 1881.

 

Fotografia del 1920 circa in cui Vincenzo Gemito è sulla terrazza dei Giardini d’Augusto assieme a un folto numero di intellettuali e artisti. Da sinistra si riconoscono l’antiquario Pietro Lamberti, i pittori Michele Federico, Augusto Lovatti ed Enrico Gargiulo, Vincenzo Gemito, Van Stick e il figlio, il conte Riola, Wilhelm Welters, lo scrittore Nino Salvaneschi, la signora Favai, l’architetto Gennaro Favai e l’artista Charles C. Coleman (da A. Basilico Putaturo, Pittori a Capri 1850-1950, Edizioni La Conchiglia, Napoli 1997)

 

 

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