Il ritratto di Luca Pacioli a Capodimonte

Torna al Museo di Capodimonte il Ritratto di fra Luca Pacioli con un allievo, uno dei dipinti più evocativi dell’Umanesimo rinascimentale, e in particolare degli studi sulla matematica e la geometria che animarono le principali corti italiane del Quattrocento.

 

Il dipinto è stato acquistato nel 1903 dallo Stato italiano, che ne ha evitato così l’esportazione all’estero, che lo ha destinato all’allora Museo Nazionale di Napoli (attuale Museo Archeologico), e si trova esposto dal 1957 a Capodimonte, dove occupa un posto d’onore accanto alle opere provenienti dalla collezione Farnese.

 

Il ritratto raffigura il frate francescano e insigne matematico Luca Pacioli (Borgo San Sepolcro, 1445–1517), amico di Piero della Francesca e di Leonardo, mentre, con lo sguardo concentrato, quasi perso dinanzi a sé, dà dimostrazione dell’ottava proposizione dal libro XIII degli Elementi di Euclide a un discepolo, vestito secondo la moda aristocratica del tempo, identificato con il duca Guidubaldo da Montefeltro, che invece volge i suoi occhi verso lo spettatore. Al giovane duca il frate aveva dedicato la Summa de Arithmetica, geometria, proportioni et proportionalità, stampata a Venezia nel 1494 e raffigurata nel dipinto proprio davanti al gentiluomo, con la scritta Li[ber] R[egularum] Luc[ae] Bur[gensis].

 

Tutt’intorno sono sparsi diversi oggetti atti allo studio della matematica e della geometria (una penna d’oca col suo astuccio, un compasso, un goniometro, un gesso e una spugnetta), ma spiccano in particolare due solidi geometrici, ampiamente studiati da Luca Pacioli nei suoi trattati: un dodecaedro, in legno, appoggiato sul libro, e un rombicubottaedro (poliedro semiregolare composto da otto triangoli equilateri e diciotto quadrati) fatto di cristallo, quasi un’apparizione, riempito per metà d’acqua, che pende dal soffitto mediante un filo non perfettamente in asse. Al suo interno si riflette un’immagine, forse la facciata del Palazzo Ducale di Urbino.

 

L’atmosfera misteriosa e quasi sospesa che si respira nel dipinto si riversa anche nell’enigma del pittore che riuscì a rendere così magistralmente il clima colto ed erudito che circondava queste figure di intellettuali, tra cui appunto Luca Pacioli. Difatti, la firma che compare in basso a destra (Iaco. Bar. Vigennis p. 1495), su un cartiglio spiegazzato dove un moscone si è appena posato, suscita ancora dibattiti tra gli studiosi riguardo alla sua interpretazione: si tratta di Jacopo de’ Barbari, artista e incisore veneziano che lavorò anche in Germania e col quale entrò in contatto Albrecht Dürer proprio per i suoi studi sulle proporzioni umane, o piuttosto, come recentemente si è proposto, di Jacometto Veneziano, altro artista lagunare dalle eccezionali doti, tra i più fedeli seguaci di Antonello da Messina?

 

Il dipinto rientra dalla mostra Aldo Manuzio. Il Rinascimento di Venezia (Venezia, Gallerie dell’Accademia, 19 marzo – 31 luglio 2016), celebrativa del ruolo che la città ebbe nella diffusione di queste nuove idee, in particolare grazie ad Aldo Manuzio, forestiero giunto da Roma a Venezia, che tra il 1495 e il 1515 stampò un centinaio di edizioni raffinate e ricercate, ma allo stesso tempo alla portata di tutti, che di fatto diedero il via all’editoria moderna.