L’italia chiamò – Capodimonte oggi racconta… Onda d’urto di Mario Merz

Per la rubrica “L’Italia chiamò – Capodimonte oggi racconta…”, Ophilia Ramnauth, storica dell’arte e stagista dell’École du Louvre presso il museo di Capodimonte, e Luciana Berti, storica dell’arte, Segreteria di direzione, ci raccontano una delle principali opere presenti nella sezione d’Arte Contemporanea del Museo e Real Bosco di Capodimonte: Onda d’urto di Mario Merz, figura chiave dell’Arte Povera.

 

Oltre alle collezioni di belle arti, d’arte applicate, di oggetti archeologici, il Museo e Real Bosco di Capodimonte ospita dagli anni Settanta una straordinaria raccolta d’arte contemporanea che ci racconta lo sviluppo delle neoavanguardie artistiche nel dopoguerra.

 

Tra queste, l’Arte Povera è un’avventura intellettuale e artistica di un’estrema radicalità opposta alle tendenze del mercato dell’arte americano (Pop Art, Op Art).

Mario Merz (Milano 1925-Torino 2003), con Jannis Kounellis, Giulio Paolini, Luciano Fabro e Alighiero Boetti, è una delle sue figure chiave.

 

© Arte.it Mario Merz

 

Dopo aver abbandonato la scuola di medicina a Torino, Merz abbraccia la carriera di pittore e si avvicina all’arte informale europea negli anni Cinquanta.

Di questo periodo sono rimaste poche opere poiché molte furono distrutte dallo stesso autore.

Negli anni Sessanta si rivolge ad un’arte tridimensionale e inizia ad inserire materie organiche e industriali (cera, gomma, pietre, vetro, metallo, neon, legno, ecc.).

Nel 1967 partecipa alla prima mostra collettiva dell’Arte Povera Arte Povera – Im Spazio organizzata dal critico Germano Celantalla galleria La Bretesca di Genova.

Dal 1968 Merz realizza installazioni multi materiche, confrontando oggetti prelevati dal quotidiano, idee politiche e strutture matematiche.

L’arte di Merz partecipa in modo sostanziale all’utopia sovversiva degli anni Sessanta.

Il suo impegno civile nell’ambito della guerra del Vietnam e del Maggio francese si ritrova nelle sue installazioni luminose.

Celant presentava in tale senso gli artisti di quella nuova neoavanguardia italiana come guerriglieri (Arte Povera. Note per una guerriglia, Flash Art, Milano, 1967).

 

Nel 1987 Mario Merz realizza l’opera Onda d’urto per il Salone dei Camuccini del Museo e Real Bosco di Capodimonte.

A seguito della sistemazione della collezione d’arte contemporanea nel 1996, l’installazione è stata trasferita al terzo piano del museo dove può ancora essere ammirata oggi.

 

Sezione di arte contemporanea, ph. Alessio Cuccaro

 

Onda d’urto è costituita da pile di quotidiani napoletani legati tra di loro, su cui sono poggiati i numeri della successione studiata dal matematico pisano del XIII secolo Leonardo Fibonacci in cui ogni numero luminoso è la somma dei numeri precedenti (1, 1, 2, 3, 5, 8, 13, 21, ecc.).

L’artista, affascinato da tale successione, la utilizza per simboleggiare l’energia fisica e biologica inerente alla materia e alla crescita.

La fila dei giornali è sormontata da archi di metallo incrociati, evocando un’architettura primordiale ma precaria, analoga a quella dell’igloo presente in molte delle sue installazioni ambientali realizzate nei più diversi materiali (Igloo di Giap, 1968, ferro, buste di plastica riempite di terra, tubi di neon, batterie, Parigi, Centre Pompidou).

 

Mario Merz in Schaffhausen, Switzerland. Mario Merz, by SIAE 2018

 

L’igloo-onda si afferma così come un vortice rigorosamente strutturato all’interno del quale l’espansione spazio-temporale della successione logaritmica di Fibonacci accompagna la proliferazione delle pile di giornali.

 

Onda d’urto traccia in tal senso un parallelo tra modelli fisici (onda d’urto definita come discontinuità attraverso la superficie d’onde) e il campo della politica fatta di sconvolgimenti sociali inevitabili.

I giornali non sono solo portatori di idee e informazioni ma rispondono anche alla regola di serialità, in quanto la stampa si basa sulla tecnica della riproducibilità.

 

 

Mario Merz, Onda d’urto, 1987. Ferro, neon, giornali, vetro, pietre, 216 x 650 x 1100 cm. Dono di Graziella Lonardi Buontempo © foto Luciano Romano. Merz espose la sua opera a Capodimonte la prima volta nel 1987. La lunga pila di giornali, posti in terra, ci suggeriscono le pile di quotidiani accantonate dagli edicolanti sui marciapiedi, per la mancanza di spazio in una città congestionata come Napoli. La serie dei numeri segue un ordine preciso, che si rifà alla sequenza inventata nel XIII secolo da Fibonacci. Tale progressione parte sempre da 1 e ogni numero successivo risulta essere la somma dei due precedenti.

 

L’unione della sequenza di Fibonacci ai quotidiani rivela l’automatismo del pensiero umano e consecutivamente dell’arte, provocando una tensione tra razionalità e sensibilità. I mondi della scienza, della cultura e dell’arte si seguono per venire confusi nell’installazione.

I lavori di Mario Merz esaminano la complessa relazione esistente tra leggi e principi che regolano la natura e la cultura materiale.

Per adattarsi ad ogni sede espositiva, egli sceglieva i giornali del luogo in cui faceva l’installazione, evidenziandolo stretto rapporto tra l’installazione, lo spazio espositivo e il pubblico.

 

Due anni dopo la realizzazione di Onda d’urto di Merz, i curatori Marco Meneguzzo e Paolo Thea organizzano l’ultima mostra di gruppo dei poveristi Verso l’Arte Povera al Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano.

Loro posero l’accento su quello che fu rivoluzionario nelle opere dell’Arte Povera: la preminenza del processo artistico sulle opere stesse in contrapposizione all’arte tradizionale e lo sviluppo della società dei consumi.

Tale mostra illustrò l’importanza del loro contributo che ancora oggi è considerato un passaggio cruciale nell’elaborazione dell’arte concettuale in Italia.

Ophilia Ramnauth


 

L’opera di Mario Merz Onda d’urto fu presentata in occasione della mostra personale del 1987, promossa nell’ambito della programmazione degli Incontri Internazionali d’Arte di Graziella Lonardi Buontempo.

 

Graziella Lonardi Buontempo ph.M.Piersanti

 

La grande installazione polimaterica fu ideata come un dispositivo di accrescimento, nel quale ciascun elemento è preludio per il successivo. Questo impianto è evidente nella sequenza matematica di Fibonacci, resa con neon sagomati, tra i media più utilizzati da Merz fin dagli anni Sessanta.

La successione numerica del matematico medievale Leonardo Pisano è uno dei soggetti ricorrenti della sua poetica, con essa identifica l’armonia insita nella proliferazione di forme naturali che si ripetono incessantemente dando origine a un universo del quale intuiamo solo in minima parte la struttura logica.

La ricerca poverista volge il suo interesse alla relazione tra matematica e mondo naturale attraverso una riflessione sull’ordine, sulla progettazione, ripercorrendo le tracce dello studio empirico della geometria e della matematica.

Similmente, la Minimal art, corrente americana coeva, ha il suo movente nell’astrazione matematica, tesa, tuttavia, a evidenziare la modularità e la presenza oggettiva di forme primarie come dato identificativo della realtà contemporanea.

 

Nella genesi di Onda d’urto ha avuto un ruolo rilevante la conoscenza diretta di luoghi suggestivi della Campania, come la Solfatara e i Campi Flegrei, dove è percepibile il costante impeto della natura nel mutamento del paesaggio che accompagna le variazioni chimiche e fisiche degli elementi.

 

Mario Merz, Onda d’urto, 1987. Ferro, neon, giornali, vetro, pietre, 216 x 650 x 1100 cm. Dono di Graziella Lonardi Buontempo © foto Luciano Romano

 

L’uso di materiali eterogenei è il comune denominatore della ricerca degli artisti radunati sotto la definizione di Arte Povera.

Il Movimento nacque intorno al 1967 su impulso del critico Germano Celant e includeva, oltre Mario Merz, anche Giovanni Anselmo, Alighiero Boetti, Pier Paolo Calzolari, Luciano Fabro, Jannis Kounellis, Marisa Merz, Giulio Paolini, Pino Pascali, Giuseppe Penone, Michelangelo Pistoletto, Emilio Prini e Gilberto Zorio.

La loro ricerca si inoltrava in due direzioni: quella formale, con l’uso di materiali comuni e di derivazione industriale, e quella teorica, nel tentativo di rintracciare un lessico innovativo volto a stabilire un contatto concreto tra arte e vita.

Gli artisti poveristi attribuivano pari valore sia all’opera finita, che al processo di generazione e trasformazione delle idee e delle forme.

La loro pratica si avvaleva anche di performance e di azioni, alla ricerca del coinvolgimento diretto del pubblico.

 

Celant nel 1968 scriveva di Mario Merz:

 

Stimolato percettivamente ed emotivamente dalla violenza della realtà, come insieme di più elementi dissociati, ha adottato un sistema di collazione che gli permettesse di offrire una visione personale del reale. Ha tradotto così la luce (neon), da medium disdissociante la percezione degli oggetti, in elemento segnico associante. Ne sono scaturiti degli insiemi o gruppi (bottiglia + giglio + bicchiere ± meccanismo ± neon, oppure bottiglia ± tubo+ plexiglas ± neon) che attestano il suo percepire a “blocchi” e a impatti indifferenziati, una serie di assemblaggi con significato autonomo, libero, non vincolati da nessuna storia, tesi solo alla presentazione di una sua “visione del mondo”.

 

 

Mario Merz, Onda d’urto, particolare © foto Luciano Romano

 

L’Arte Povera trovò velocemente un posto nella scena internazionale accanto all’arte Concettuale, Processuale, Minimal, Fluxus. Contribuì a diffondere questo linguaggio anche l’iniziativa Arte povera + Azioni povere, manifestazione realizzata ad Amalfi nel 1968, su iniziativa di Marcello Rumma, cui è attualmente dedicata una mostra al Museo d’Arte Contemporanea Donnaregina di Napoli.

 

Le opere di Merz sono presenti in numerose collezioni pubbliche e private, tra le quali ricordiamo la grande installazione Senza titolo (2003) sempre visibile nella stazione Vanvitelli della Metropolitana di Napoli, che accompagna il viaggio quotidiano di migliaia di cittadini e ripropone il topos della sequenza numerica di Fibonacci.

Luciana Berti

 

 

 

Mario Merz

(Milano 1925-Torino 2003)

Onda d’urto

1987

Ferro, neon, giornali, vetro, pietre

216 x 650 x 1100 cm

Dono di Graziella Lonardi Buontempo

 

Il testo di Ophilia Ramnauth e Luciana Berti è inserito nell’iniziativa  “L’Italia chiamò – Capodimonte oggi racconta”.

 

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